Machine Head – Unto the Locust

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Tornano in pista i Machine Head a quattro anni dall’ottimo predecessore The Blackening album che, per quanto sottovalutato dal sottoscritto ai tempi della sua uscita, ho avuto modo di rivalutare successivamente.
Tante erano le aspettative per il nuovo parto di Flynn e soci ed alla fine questo Unto the Locust non solo conferma il miglior momento di forma della carriera artistica della band americana ma addirittura fa un’ulteriore passo in avanti innalzando la qualità musicale della proposta ed eliminando, sempre a parere del sottoscritto, quelli che erano i "difettucci" del lavoro precedente.
I Machine Head hanno l’innata capacità di prendere il concetto più "classico" di thrash metal roccioso "Made in USA" e di rileggerlo al tempo stesso in chiave modernista…rimanere ancorati al passato senza per questo doversi aggrappare al sound più tipico di Lamb of God e nuove leve del caso che, per quanto fresche ed innovative, non hanno certo nulla da insegnare a maestri del calibro della band di Oakland.
Rispetto al fortunato predecessore pertanto, Unto the Locust ne ricalca le atmosfere, spingendosi oltre e rendendo il lavoro ancora più intricato, più tecnico e potente, allungando decisamente il minutaggio delle singole songs dalla durata media di oltre sei minuti ciascuna, "concentrando" in quarantotto minuti l’intera tutte le frecce al proprio arco, e sono tantissime!!!
Del resto come non adorare un lavoro che si apre con un brano del calibro di I Am Hell (Sonata in C#) una sorta di mini-opera divisa in tre parti, introdotta da una sorta di canto Gregoriano sferzato da un’improvvisa ripartenza tipicamente death in cui Rob Flynn tira fuori il massimo dalle sue indiscusse doti vocali e da cui parte il brano vero e proprio, perfetto mix tra riffing spaccaossa tecnico e chirurgico ed una melodia di sottofonda che sfocia nell’ultima parte strumentale che si chiude dopo otto minuti di assoluta goduria estrema.
Ma sarebbe un peccato limitarsi all’analisi della sola opener per quanto perfetta…con la successiva Be Still and Know infatti i Machine Head danno l’ennesima dimostrazione di classe costruendo un brano particolarissimo su un giro di chitarra iniziale che introduce una song che oltre a mostrare la solita sezione ritmica martellante, ed un appeal strumentale tecnicissimo e devastante, mette in luce anche il lato più "melodico" (se così possiamo definirlo) degli americani, così come anche la meravigliosa Darkness Within introdotta da un arpeggio di chitarra e dalla voce pulita di Flynn cui segue una progressione in grado di creare un brano addirittura più emozionale che martellante.
La title-track (scelta come singolo) si caratterizza invece per un appeal maggiormente cupo, con un brano più particolare rispetto al resto del lotto in grado di creare un’atmosfera quasi tetra sferzata da un ritornello azzeccatissimo, che fonde appieno la perfetta dicotomia di una band che oltre a pestare nel corso degli anni ha sempre mostrato un songwriting ed un appeal comuni a ben poche altre bands del circuito, peraltro confermata da This is the End in cui ancora una volta viene sintetizzata al massimo la contrapposizione tra melodia e rabbia che forgiano un altro capitolo importantissimo di un album pressochè perfetto.
A chiudere il lavoro ci sono Pearls Before the Swine e Who we Are altri due brani che pagano forse il confronto con i precedenti ma che non sfigurerebbero in nessun album del genere, compreso proprio il precedente The Blackening.
Bastano questa volta quarantotto minuti ai Machine Head per spazzare via la concorrenza e per forgiare quella che a mio parere rappresenta finora una delle migliori uscite dell’anno solare in corso.
E per i più "golosi" un’ulteriore chicca, con l’album disponibile anche in doppia versione digipack, con l’aggiunta di tre bonus tracks: le cover di The Sentinel (Judas Priest) e della cupissima Witch Hunt (Rush) insieme ad una versione acustica di Darkness Within. Insieme all’album sarà presente anche un DVD con il documentario del "Making Of" del lavoro, un motivo in più per apprezzare un lavoro del genere.

8 8/10

Machine Head
Unto the Locust
Roadrunner Records (2011)

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autore

  • http://www.headbang.it Teklis

    Gran lavoro! Io considero "The Blackening" un capolavoro che "Unto The Locust" non riesce ad eguagliare. Tuttavia è inutile fare paragoni fra questi due lavori, considerando la dose di scommesse che i MH hanno fatto con questo nuovo lavoro. Grandi idee, novità coraggiose e un sound che rimane inossidabile e sempre fresco. Locust, Be Still And Know e Darkness Within le tracce che mi hanno colpito di più. Ora non vedo l’ora di sentirli live! \m/

  • http://www.headbang.it Valhalla

    Quest’album credo abbia un solo difetto…una pesantissima eredità sulle spalle,non tutti gli album hanno come predecessore l’album del decennio. "This Is The End" e "Pearls Before the Swine" penso non siano valori aggiunti alla discografia pur essendo belle tracce…ma senza dubbio Unto The Locust mi ha davvero convinto,grandi Machine Head!!ci si vede tutti il 13/11 all’alcatraz!!