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Fear Factory – The Industrialist

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Ritenta…sarai più fortunato! Sarà stata questa la massima con cui la premiata ditta Cazares-Bell ha approcciato nella composizione del qui presente The Industrialist nono full della cyber-thrash band losangelina per eccellenza, a distanza di due anni dal precedente Mechanize a parere del sottoscritto peggior album della discografia dei nostri che faceva il paio con quel Transgression giunto cinque anni prima ed anch’esso decisamente fuori dai binari cui ci avevano abituato nel corso degli anni con album epici.
L’attesa era tanta così come ampio era il timore di trovarmi di nuovo di fronte ad un album senza nè capo nè coda.
Fortunatamente di tutto ciò non si tratta ed il nuovo album dei californiani riesce quantomeno a risultare più accettabile rispetto agli sfortunati predecessori seppur lontano alla qualità dei classici della band quale il capolavoro Obsolete ma anche quell’Archetype che tanta presa fece su un pubblico che pensava a suo tempo di vedere i Fear Factory ormai impantanati in quel suono volutamente ordinario che sembrava aver preso decisamente piede.
The Industrialist presenta bei suoni, brani meglio impostati sotto il punto di vista del songwriting ma certamente ancora troppo "ordinari" e troppo simili tra loro stessi per poter finalmente far tornare a puntare i riflettori sulla band americana.
Un album che sa tanto di incompiuto insomma, ma che al tempo stesso se non altro regala qualche spunto di cronaca da sottolineare rispetto al recente passato.
Un album di transizione? Staremo a vedere, è certo che qualcosa in più i nostri ce l’hanno messa ma al tempo stesso si sono ben visti dal non osare più di tanto presentando un disco in cui il marchio di fabbrica della band rimane solo per il solito tappeto triggerato fatto di una sezione ritmica martellante ed il classico refrain melodico accompaganto da aperture che sferzano l’andamento industriale ma sempre più ordinario impartito dalla chitarra di Bell.
The Industrialist così spara le sue cartucce soprattutto nella parte iniziale quando i nostri azzeccano qualche brano di sicura presa tanto con l’articolata title-track posta in apertura quanto con Recharger che gioca proprio sul refrain le proprie carte o sull’oscura God Eater questo sì un brano decisamente all’altezza della band.
Per il resto tanta ordinarietà e qualche sbadiglio di troppo (Virus of Faith, Different Engine) oltre ai nove minuti della conclusiva Human Augmentation brano totalmente ambient-industrial decisamente fuori contesto e scarsamente ispirato se si pensa che esperimenti del genere devono giocare sull’emozionalità e l’atmosfera e che invece alla fine tende a perdersi nel classico bicchiere d’acqua.
Accontentarsi o passare avanti? Cazares e Bell non sono certamente novellini ma ormai il tutto sembra decisamente orientato verso la ricerca di quel suono pulito, al passo con i tempi, ma che non ha voglia di "osare" il giusto così come di pestare ai livelli di una decina d’anni fa quando i Fear Factory dimostravano appieno di essere una band in piena saluta.
Se si guardano poi i continui stravolgimenti in line-up non può non venire all’orecchio come la via della band statunitense sia ormai smarrito e che forse difficilmente verrà ripresa.
Pertanto questo The Industrialist va preso per quello che è, ovvero un album discreto che alterna bei momenti ad altri decisamente meno ispirati e che alla fin fine riesce anche a strappare la sufficienza…ma ai fans di una delle bands più innovative degli anni ’90 basterà? A mio parere no, a meno che non si entri nell’ordine delle idee che ormai ogni album degli statunitensi può nascondere una mezza delusione.
Ci smentiranno?

6 6/10

Fear Factory
The Industrialist
Candlelight Records (2012)

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