Architects – Daybreaker

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Mi piace pensare a Daybreaker come all’ultima parte di una trilogia, un capitolo conclusivo che mescola le parti salienti dei due capitoli precedenti e le rivisita in modo più maturo. Provate a pensarci: Hollow Crown era veloce e potente e si concentrava su temi intimi e personali, sul passato; The Here and Now è meno violento, ma liricamente più spesso e concreto. Infatti affronta il presente, i problemi che gli Architects affrontano sia come persone che come musicisti, ma anche il problema più ampio dei giovani a cui spesso non vengono date opportunità (e qui mi riferisco a Delete Rewind); Daybreaker racchiude una buona dose di rabbia, che esplode grazie alla voce ruvida di Sam e ai numerosi testi che sottolineano quanta ingiustizia ci sia al mondo, ma anche una giusta parte di quella dolcezza che non guasta mai, il tutto finemente condito da pianoforti e violini come sottofondo a molti brani.

L’album si apre con “The bitter end”, un’ottima composizione soft che sa di colonna sonora, perfetta per farmi entrare nel mood giusto per l’ascolto. Le voci pulite, dolci e pacate sono accompagnate da un pianoforte che all’improvviso scompare in secondo piano, sopraffatto da chitarre, basso e batteria e dalla voce che diventa improvvisamente ruvida.

La traccia successiva è “Alpha Omega”, ultimo singolo estratto: composizione fatta in modo eccellente, con un’alternanza di momenti violenti e parti più tranquille a fare da sfondo a parole pesanti, che sottolineano quanto la religione influenzi le persone e quanto i popoli siano portati a lasciarsi manipolare da ciò in cui credono.

“These colours don’t run” è una delle tracce che rappresentano al meglio l’impeccabilità degli Architects: i riffs di chitarra sono solidi e il ritmo veloce e potente è la base perfetta per le parole piene di fastidio e disgusto. Gli americani hanno preso parecchio male questo brano, perché nel testo si fa riferimento alla “land of the free” (nickname degli Stati Uniti), ma se lo leggete bene capite che fa riferimento a una situazione comune a tutto il mondo.

“These streets aren’t paved with gold, don’t believe everything that you’re told. Deception hides in all you see, corruption hides in the air you breathe”

E’ poi il turno di “Daybreak”, uno dei brani più carichi di tutto l’album: ha sonorità che rimandano agli Architects di “Hollow Crown”, ma senza risultare già sentito o banale. La voce di Sam è graffiante, le clean vocals sono piazzate qua e là in modo magistrale e il riff di chitarra principale cattura subito l’ascoltatore.

“Truth, be told” è la traccia che preferisco: breve intro di pianoforte, clean vocals che da pacate si trasformano quasi in un urlo disperato, senza però diventare troppo ruvide se non in un breve frangente. Il testo poi fa capire perfettamente quanto gli Architects siano maturati anche nella scrittura, oltre che nella composizione.

In “Even if you win, you’re still a rat” c’è un piccolo featuring di Oli Sykes (Bring Me the Horizon): nonostante si capisca subito che a cantare non è Sam, riconoscere Oli non è immediato e sono le orecchie più attente l’avranno capito al volo; usa una vocalità simile a quella usata da Sam in gran parte dell’album, ma non regge il confronto e la sua voce risulta troppo forzata e non regala chissà quale contributo al pezzo.

Con “Outsider heart” si avverte una ventata di potenza, aiutata dal featuring con Drew York (Stray from the Path): parti di batteria velocissime che si intrecciano alla perfezione con i riffs di chitarra e quel pianoforte in sottofondo chef a da filo conduttore per tutto l’album.

Poco più di 3 minuti di carica esplosiva che vengono smorzati dalla successiva “Behind the throne”, ballata tranquilla e rilassante dai toni a tratti inquietanti, con un ultimo minuto scarso toccante in cui l’eco della voce urlata di Sam sembra un grido d’aiuto.

Ci avviamo verso la fine con “Devil’s Island”, la seconda traccia che preferisco nell’album. Scritta durante il periodo delle recenti sommosse londinesi, esprime tutta la rabbia nei confronti di chi ha distrutto la città per farsi sentire, senza rendersi conto che tutta quella violenza non sarebbe servita a nulla. Il brano inizia con un’intro profonda e sentimentale, per poi esplodere in un uragano di chitarre pesanti e voci grezze e infiammate mescolate a parti pulite.

“Feather of lead” ha un’ottima carica e una buona dose di energia, anche se è la traccia che mi è rimasta meno impressa: sono 3 minuti scarsi in cui vengono mischiati elementi già presenti in tutti gli altri brani, risultando così come qualcosa di già sentito.

Ed ecco il momento dell’ultima traccia, “Unbeliever”, una conclusione perfetta e diversa dale solite ballate. Nonostante nelle back vocals si avverta un pizzico di autotune di troppo, è uno dei brani più positivi dell’album: i toni sono calmi e pacifici e riflettono al meglio il tema affrontato, quello del pacifismo; parole intense per far capire a chiunque ascolti che la violenza non risolve nulla. Poteva chiudersi in modo migliore un album del genere, con temi così profondi?

Ho trovato solo un piccolo neo in tutto l’album, la produzione: ci sono momenti in cui sembra di avere le orecchie tappate e i suoni sono troppo torbidi, ma è una pecca da niente se comparata a tutti i lati positivi dell’album. Chiunque abbia bocciato Daybreaker solo perché non sono più gli Architects degli inizi, semplicemente capisce molto poco di musica. Le bands evolvono, sperimentano, cercano la loro strada, e direi che gli Architects l’hanno trovata.

Tracklist:
01. The Bitter End
02. Alpha Omega
03. These Colours Don’t Run
04. Daybreak
05. Truth, Be Told
06. Even If You Win, You’re Still A Rat
07. Outsider Heart
08. Behind The Throne
09. Devil’s Island
10. Feather Of Lead
11. Unbeliever

9 9/10

Architects
Daybreaker
Century Media Records (2012)

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autore

Elena Antolini

Studentessa disperata che trova conforto nella musica, nelle serie tv e nella cucina.

  • http://www.headbang.it Faust

    A mio parere il miglior album dell’anno fino ad ora! È semplicemente stupendo!

  • http://www.headbang.it Northern

    Alcuni ritornelli mi scassano un pò le palle, ma ‘sto gruppo c’imbrocca sempre alla fine. Passo avanti rispetto al giù buon precedente album. In ogni caso hanno deciso di andare verso la strada del "ritornello pulito" rispetto al passato: finché riescono così, tanto di cappello.

  • http://www.headbang.it Faust

    Io trovo tutte le linee vocali semplicemente meravigliose, sono perfette sotto ogni aspetto per me, ….detto da uno che non ama moltissimo le clean vocals, credimi… :D