Penso sia necessario rassicurare subito tutti i lettori e tutti i fans.
Quello che ho avuto il piacere di ascoltare non può essere catalogato sotto "Old Whitechapel" e nemmeno sotto "New Whitechapel": siamo nel bel mezzo della loro evoluzione.
Per alcuni sarà molto difficile digerire completamente l'album, dalla prima all'ultima traccia. Per quelli che, come me, hanno una mentalità più aperta, il problema non si pone.
L'intro di piano di Make It Bleed lascia completamente spiazzati, per poi sorprenderti come un pugno in pieno viso con un riff bello pieno e con le vagonate di cattiveria della voce di Phil Bozeman.
Ciò che la maggior parte dei fans si aspettava, dopo aver ascoltato in streaming "Hate Creation" e "I, Dementia", era la pubblicazione del classico disco "da venduti". Si preme il tasto "Play" e la smentita arriva dopo 42 secondi.
Costante presenza di riff heavy, breakdown, addirittura qualche transizione acustica, una vena molto più thrash, un pizzico di clean vocals (proprio di "pizzico" si tratta!).
Questo nuovo disco non è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una band come i Whitechapel. Nessuno avrebbe mai ipotizzato un cambiamento così fine ma di così grande impatto.
Non hanno mai avuto una tecnica sopraffina per quanto riguarda le chitarre, e ascoltando il disco si nota come stiano raggiungendo una certa maturità (molto evidente soprattutto negli assoli di
(Cult)uralist e Faces).
Devoid è l'unica traccia interamente strumentale di tutto l'album, con una melodia accattivante che crea dipendenza.
Dopo aver ascoltato e riascoltato più volte il disco, posso dire di esserne rimasta piacevolmente soddisfatta.
Non è certamente il loro miglior lavoro, ma è apprezzabile lo sforzo fatto nell'inserire piccoli dettagli che aiuteranno sicuramentela band ad intraprendere una strada più sperimentale, pur rimanendo tra i big del panorama deathcore.
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