Dopo il recente split con i Burning Sky, ecco di ritorno una delle band più estreme e schizzate del panorama Metal, forse un po’ meno pazza del solito ma sicuramente non meno incazzata, preservando il proprio stile, una fusione di Deathcore, Grind, Math e tocchi Jazz. Canzoni brevi, intense, come lo è un pugno in pieno viso: è un attimo, e poi si è a faccia in giù.
Il solito carnaio, potremo riassumere, il quale ha reso la band di Berlino uno dei migliori investimenti della Lifeforce, riconfermando la fiducia di quest’ultima con questo MMX, album che di sicuro non punta il freno, anzi, semmai lo libera ancora più da astratte inibizioni che potevano essere presenti sul primo, bellissimo, Transmetropolitan.
La copertina di questo nuovo lavoro getta subito un secchio d’angoscia sugli occhi di chi guarda, assicurandosi poi di completare l’opera di sterminio con una musica calibrata al minimo particolare, potente, aggressiva, a tratti talmente ossessiva da assumere uno stato di malata follia talmente interessante da essere spasmodicamente riattesa per un'altra dose, sfoltendola poi con un qualcosa stile Sugarcoat, “jazzoso” e dall’atmosfera sulfurea, rilassante, fuori contesto ma molto apprezzabile, se non altro perché ci aiuta a riacquistare un minimo di ordinaria lucidità prima della bordata successiva.
Se non si fosse ancora capito, e se non si fossero mai ascoltati, qui andrete incontro ad un massacro ritmico compulsivo veloce ed urlante, quindi scordiamoci clean e melodie ariose: trapanatevi le orecchie prima, che se lascerete a loro il compito poi farà ancora più male. L’unico spazio anestetizzante sarà a loro discrezione, ed arriverà solo perché è figlio d’un degenero stesso della follia dilagante.
Una formula già sentita (da loro stessi suonata del resto), questo è innegabile, ma comunque ben forgiata nell’esperienza e nelle – certe - capacità che questi ragazzi hanno dalla loro. Ovviamente, è chiaro e scontato dirlo (ma lo voglio ribadire) che le doti tecniche non mancano, ma il tutto è ben congeniato in una mistura di violenza e frenesia che certamente lascia da parte il lato prettamente tecnico della questione, diventando, quest’ultimo, un elemento che contribuisce, non che monopolizza.
Ecco allora che un gruppo come gli War from A Harlots Mouth possono piacere anche a chi prende paura leggendo certi nomi e titoli, spaventato dal fatto che si possa – così - essere troppo alla moda. Non c’è pericolo, tranquilli: se volete sbrindellarvi le orecchie, passate pur di qua per un momento d’ordinaria e violenta follia musicale.
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