Quando anche Vice Magazine sponsorizza act così lugubri capisci che a) la Relapse non ne sta sbagliando una, e b) “sta roba l’ascoltano anche gli hypster”. Difatti, in un momento così fiorente ed allo stesso tempo tragico per la musica, sembra d’obbligo per tutti i più disparati stereotipi di ascoltatore ostentare un’apprezzamento verso quel sound precedentemente indicato come sviante dai canoni, quel filone sperimentale-estremo ora fagocitato nel giocoforza delle mode predestinate all’imminente logorio. Anche V può essere inquadrato sotto questo inglorioso riflettore, nonostante il lucente smalto dello stesso impedisce un raffronto diretto con altri album inscrivibili all’interno del Doom/Atmosphere. Gli Unearthly Trance hanno deciso sin dal principio la rimozione delle parti ‘veloci’, e la opening Unveiled lascia la prima orma verso tale ritorno a sonorità primordiali. Una commestione irrefrenabile di rovinose bailamme e forme eleatiche di staticità balzano immediatamente alla nostra attenzione; tutto si sviluppa dilungandosi attraverso le trame umbratili della stessa consistenza del vuoto assoluto. Una pletora di litanie scandite col rintocco della fine dei tempi, boati iperbolici e un perenne tendere verso la stasi sono la ripetizione dell’inquetudine tenuta incubata a lungo, e ora, liberatasi, sprigiona un’espressività profetica dalle scabrose conseguenze, avvinghiandoci in un abbraccio freddo. Una mollezza oltremondo scivola fino all’essere, capace di ottundendere la percezione e affievolire quel legame terreno che ci unisce indissolubilmente al corpo. Pura catarsi. Solo un orecchio disattento, rimasto fuori da questa unità, da questo perfetto equilibrio tra pallide ritmiche e pattern appena accennati rimane impassibile dinnanzi ad un siffatto agglomerato di vibrazioni caotiche e silenti atmosfere tenebrose. V punta all’approvazione plenaria volente o nolente del soggetto, circondando il cervello d’occulto: simbolismi catastrofici, imperativi biblici e immagini d’un mondo desolato nelle quali regna unicamente il dominio della natura. Elementi esaltati dalla harsh vox di Ryan Lipynsky e dal lavoro caparbio delle chitarre ( assolo in Submerged Metropolis ), capace di evocare un carattere drone ( Physical Universe Distorts) che si bulla dei Khanate, ed uno sludge vigoroso ( The Tesla Effect ) all’interno dello stesso contesto. Un obiettivo centrato in pieno.
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