Non è stato facile capire questo nuovo album degli americani Underoath, gruppo che dopo 6 studio album ed un’ evoluzione progressiva e costante è arrivato a godere d’una folta schiera di fans in tutto il mondo, raggiungendo un successo non indifferente in questi generi – ebbenesì - duri.
Certamente, tra esordi Melodic Death, continuazioni Screamo/Emo, momenti Metalcore e quant’altro la band di Tampa abbia voluto provare, Ø (DISAMBIGUATION) è un lavoro che, ad ogni ascolto, continua a sgusciare tra le mani, difficile da afferrare, difficile da trattenere. Ritengo da un lato che ciò sia positivo, ma come tutte le cose c’è anche, purtroppo, il rovescio della medaglia. Innegabilmente, il nuovo album non è qualcosa di banale, di già sentito. <I>Ø (DISAMBIGUATION)</I>si sforza di farsi strada con varie sfaccettature, più incazzate (proveniente dal Metalcore), più melodiche e con l’utilizzo di voci clean (non stucchevoli comunque, e di tipica provenienza Post Hardcore), altre invece sperimentano suoni più soffusi, più Ambient potremo dire, suoni che puntano a creare un’ atmosfera piuttosto cupa, introspettiva, quasi dolorante, ed il gioco di queste sonorità tipicamente non consone al genere aiutato pesantemente a farci avvertire l’intento della band. Sono forse le parti migliori quest’ultime, sintomo di una voglia di crescere e maturare, di non fermarsi anche se il successo è già arrivato.
Lodevole tutto questo, indubbiamente, e la carne al fuoco qui non manca di certo. Ottimi brani come Catch Myself Catching Myself, con delle atmosfere davvero sentite e malinconiche, o una Illuminator, più incentrata nell’aggredire, mettono in luce 2 aspetti del disco, e tirando in ballo poi un brano particolarissimo come Driftwood, vi farà vedere una terza faccia dell’album, spiegando anche la cura degli Underoath nel ricercare e immettere sonorità “nebbiose” nel contesto.
Il tutto è un buon agglomerato di idee, alcune decisamente vincenti, altre meno, supportate poi da una produzione adeguata e ben congeniata. Tuttavia qualcosa continua a sfuggire, a non tornare quando si finisce l’ascolto. Lascia un po’ l’amaro in bocca, dato che è come se fossimo sazi a metà, come se la portata fosse si gustosa, ma troppo annacquata e non si lasciasse assaporare. Se da un lato non si può che restare piacevolmente proiettati verso Ø, d’altro canto non si ha mai quella voglia impellente di compiere l’ultimo sforzo per riuscire ad afferrarlo, forse anche perché egli stesso risulta un punto piccolo in un grande vuoto, nascosto e difficile da vedere; una brillante ma piccola luce attenuata dall’oscurità, che vorrebbe uscire ma risulta frenata, sia per cause esterne ma anche, e soprattutto, per la propria piccola dimensione, non sufficiente ad emergere del tutto.
Ø (DISAMBIGUATION) non è assolutamente un disco da scartare, e senz’altro ha delle frecce al proprio arco non indifferenti. Tuttavia, cosa non convince? Probabilmente il fatto che le idee veramente buone sono poche, e se da un lato la voglia di provare una propria formula rende già di per sé lodevole lo sforzo, dall’altro non si può far finta che il disco sia riuscito già solo per questo, quando è purtroppo palese che seppur scalfisca in più punti la barriera della sufficienza, riuscendo ad aprire anche qualche buon squarcio, il tutto, nella sua completezza, non l’abbatta mai completamente per mancanza di veri e propri – incisivi - affondi.
Un lavoro sostanzialmente interessante ma non incisivo. La sufficienza è più che raggiunta e superata, ma seppur ognuno possa sicuramente trovare maggiore validità o no nel tutto, questo Ø (DISAMBIGUATION) trovo sia un’ occasione mancata per gli Underoath, ed è un peccato dato che la base era senz’altro buona.
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