Gli Ulver si confermano ancora una volta.
Dopo il bellissimo "Blood Inside", album variopinto, Garm e compagni effettuano l' ennesima metamorfosi sfornando un'opera minimalista, cupa ed oscura. Un album dark, per stessa ammissione di chi l'ha composto. E si sente fin troppo.
Vi risparmio la storia della band e vengo subito al dunque: preferivo la varietà dei due lavori precedenti, in particolare "Perdition City", ma non rimpiango affatto la produzione di "Blood Inside". E, per finire, non mi sarei aspettato un minimalismo così spiccato, spesso ai limiti dell'ambient puro, tipico per certi versi di colonne sonore come "Lyckantropen" o "Svidd Neger" (o degli EP "Silencing the Singing", "Teachings in Silence" e "A Quick Fix of Melancholy", che sono però più elettronici e meno densi di commistioni di generi).
Detto questo però - una volta, voglio dire, accettata la metamorfosi e ritenuta interessante la svolta stilistica - bisogna ammettere che musicalmente c'è poco da eccepire: si tratta dell' ennesimo capolavoro. Quest'album è solo apparentemente meno complesso dei precedenti: le composizioni sono ugualmente curate, solo meno appariscenti; il timbro è basso, limpido, sicuramente più adatto alle atmosfere che vuol creare rispetto a "Blood Inside"; le melodie sono tristi com'è giusto che sia (struggenti "Funebre", coi suoi inserti di theremin, e "What Happened". Inoltre è presente una particolare cover dei Black Sabbath, "Solitude", originale e ben realizzata come sempre). La voce di Kristoffer Rygg questa volta è sommessa, a volte quasi sussurrata, e tra i suoni rarefatti si colgono le partiture più disparate, dallo smooth jazz ai soli di piano, fino alle citazioni più lampanti (non sentite Mozart apparire in "Like Music"? E la marcia funebre non è forse un topos?). Senza dimenticare le parti più spiccatamente elettroniche, cui partecipa l' ospite d'onore Fennesz nella sognante "Vigil", e che sono spesso a cavallo tra i Coil, Amon Tobin (ascoltare "All The Love"), e i più tranquilli Sigur Ros ("Let the Children Go").
L'apporto ritmico è abbastanza limitato, scordatevene l' uso pesante di "Perdition City", ma la musica è fatta anche di altre cose (di spazi vuoti, per esempio), e non è necessario di essere dei nerds della musica classica per apprezzare le atmosfere soffuse di un pianoforte appena accennato senza una cassa triggerata sotto che viaggia a 200bpm. Sempre che esista qualcuno che ancora si aspetta una cosa del genere dagli Ulver (ma, vista la loro poliedricità, non si sa mai, anche perchè hanno appena dichiarato "non registreremo un album più dark di questo"). Tirate le somme, e lasciate un attimo da parte le preferenze personali sulle varie sfaccettature della carriera musicale degli Ulver, questo è un cd da avere, e da ascoltare. Per chi conosce la band, per chi apprezza questi particolari generi, per chi vuole farsi un'idea di cos'è la musica colta oggi e, perchè no, anche per quegli stronzi commerciali che "io ascolto solo gli album elettronici perchè quelli black metal mi fan cagare".
A tutti gli altri: non sapete cosa vi perdete.
Ancora?
Ancora. Ancora ed ancora...
Sinteticamente: l'album dark degli Ulver. Assolutamente all'altezza delle ambizioni. Avevate dubbi?
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