Ahab / “The Giant”

The Giant

Ahab

The Giant

Napalm Records, 2012

Voto: 8/10

Chiunque s’interessi di Doom Metal credo abbia incrociato, almeno una volta, anche di sfuggita, il nome “Ahab”. A ben pensarci, questo nome lo avranno incontrato milioni di persone anche ben distanti dal Metal, ma qui parliamo della metal band tedesca ovviamente, il gruppo che, proprio dal fortunato Capitano Ahab, ne ha ripreso il nome, sposandolo con la propria proposta musicale.
Ricordate come amavano definirsi nel primo loro disco del 2006, The Call of the Wretched Sea? No?
||| Nautik Funeral Doom |||
Bene, oggi ormai di Funeral ce n’è ben poco, ma di “Nautik” sicuramente ancora molto.

Facendo un passo indietro e rimembrano i due precedenti dischi, ricorderemo appunto gli esordi meravigliosamente funerei, gli abissi più neri, la maestosa ed incommensurabile tragedia che, senza scampo, colpiva uomini su piccole zattere dispersi negli sconfinati oceani; gli Ahab nella loro parte più Funeral (senza contare il primo demo The Oath) ed estrema insomma, maturata/evoluta poi nel secondo The Divinity of Oceans, altro grande monumento che cambiava un po’ la proposta, portando allo scoperto più Doom classico a discapito della sua ala estrema, meno neri gli abissi e più tragedia al di sopra di essi, tragedie forse meno maestose ed epiche ma meravigliosamente commoventi (come si evince anche dalla splendida cover del disco, dipinto di Géricault, e dal concept generale del disco) e magari più intime. The Giant continua la scia d’impoverimento dell’ estremo a favore d’una controparte più melodica, questa volta incentrando il proprio concept s’un racconto del sempreverde Edgar Allan Poe, la Storia di Arthur Gordon Pym; la musica è stata creata ed adattata apposta per descrivere la storia e lo si percepisce leggendone i testi e seguendo le note, risultando un connubio di sensazioni ed emozioni davvero travolgente. Musicalmente, dicevamo, The Giant è probabilmente l’album più “pulito” dei nostri, anche complice la produzione – strepitosa – curata in ogni singolo colpo di rullante e nel suono definito, potente e caldo delle chitarre. Oltretutto, mai come in questo album, la voce pulita è protagonista, e di questo non posso che ringraziare: Droste è un singer capace di trasportare veramente lontani con il suo tono malinconico e monocorde, suadente e narrante come pochi in circolazione. Altresì, il suo growl è strettissimo e profondo, ed infatti non bisogna erroneamente credere che gli Ahab non sappiano più essere pesanti, assolutamente: solamente quel “grezzume” che pervadeva gli esordi è scomparso in favore d’una proposta più nitida e ricercata, ma altrettanto valida. I toni malinconici, i toni estremi, le grandi parti dilatate che però non sono le solite lande desolate che s’incontrano nei classici album Funeral, dove la staticità pervade nell’immobilismo più risoluto: no, qui c’è tanta capacità di ricercare l’arpeggio di classe senza esser esagerati, la caparbietà della melodia epica senza esser pomposi, i riff distesi ma ricamati con raffinatezza, la grande prova d’un batterista che non ci sta a tirar due colpi al minuto “perché si fa così, perché è così”, ma va ad impreziosire i brani con intelligenza ed inventiva, senza mai risultare invadente; insomma, gli Ahab hanno ulteriormente stratificato la loro proposta senza perdere quell’innata pesantezza che comunque portano con se da sempre, un ulteriore passo in avanti in un sound dove l’economia gioca un ruolo fondamentale – più che mai – nella riuscita della proposta del gruppo tedesco.

“I'm Arthur Gordon Pym
Or is he me?”


Con queste parole inizia l’album, in un soffocare malinconico e colmo d’incertezza. Arpeggi delicati accompagnano l’inizio di Further South, meravigliosamente decantati da un Droste che ha portato la sua voce pulita ad un nuovo livello rispetto al passato, dandole la giusta misura, la giusta parte di merito in uno dei brani più gloriosi dell’intera discografia del gruppo. Impressionante anche Deliverance (Shouting at the Dead), che con le sue epiche melodie - a mo di marcia - fa venire i brividi per l’intensità con la quale coinvolge l’ascoltatore, ed ancora una contorta Antartica the Polymorphess, il brano più difficile da inquadrare del lotto, interessantissimo e che richiede qualche ascolto in più per essere metabolizzato. The Giant, traccia conclusiva (salvo l’ottima bonus track per l’edizione Digipack), è il degno finale d’un album dal grande valore, che, tra l’altro, chiude proprio rispondendo alla domanda iniziale, cantando:

“I'm Arthur Gordon Pym!
I'm Arthur Gordon Pym!”


In tutto questo, dov’è la parte estrema del sound degli Ahab? Beh, ben disposta in ogni traccia, soprattutto nella pesantissima Fathoms Deep Below, forse leggermente prolissa, o in Aeons Elapse, e sono bravi gli Ahab a non dimenticare mai questo lato del loro sound, che magari non sarà più – strettamente – “Funeral” ma sicuramente è pesante, e molto, ed il growl di Droste sembra ancora uscire dall’abisso più profondo: c’è poco da dubitare su questo.

Ora, chi già storse il naso per The Divinity of Oceans credo potrebbe trovare una mezza delusione in questo The Giant, ma chi gli ama da sempre e chi non è interessato se è a prescindere un genere od un altro, a chi interessa solo ed esclusivamente sentire musica di qualità, portata dalle onde del mare più impetuoso tanto quanto da quello più calmo, riscaldato da un tramonto rossastro che sembra non finire mai, a tutti voi dico di fare decisamente vostro The Giant, una storia narrata da un gruppo che è, attualmente, al Top nel genere ed anche di se stesso, conscio delle proprie possibilità e, soprattutto, dai giusti propositi , quelli che dovrebbero avere tutti coloro che fanno musica e che, ovviamente, così non è. The Giant va sentito, vissuto, fatto proprio: immergetevi in esso, non ne uscirete tanto presto.
I Signori del Mare sono tornati per rimanere, ancora una volta, sulla vetta più alta, o in questo caso, meglio dire: nell’abisso più profondo.

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