Ebbene lo ammetto, non sono mai particolarmente impazzito per i Machine Head band che considero come il classico prodotto creato e plasmato dalla Roadrunner ad immagine e somiglianza del loro nuovo corso musicale, opinione che tuttavia non mi aveva impedito di apprezzare lavori come il full-lenght d'esordio "Burn my Eyes" (1994) capace di inserire un nuovo concetto di thrash in un periodo in cui la scena musicale internazionale iniziava a liberarsi dal fardello del grunge, o ancora "The Burning Red" (1999) album che iniziò invece a mostrare verso quale tipo di sonorità gli statunitensi intendevano virare.E così dopo una serie di lavori che avevano riscosso notevoli consensi dalla critica musicale (quella più frivola) ma che personalmente considero tutt'ora chi più, chi meno "passi falsi", Flynn e soci tornano in pista con questo "The Blackening".Mi sono avvicinato con particolare curiosità al lavoro, immaginando di trovare qualcosina di diverso rispetto alle ultime produzioni, ed infatti la mia opinione non è stata smentita. I Machine Head tentano infatti con questo album di rinverdire i fasti del passato tornando parzialmente indietro verso le sonorità dei debutti, abbandonando (anche se solo in parte) tutti i luoghi comuni degli ultimi lavori. Sia chiaro che ormai di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e di certo per quanto simile a ciò che la band produceva ormai 13 anni fa, il livello qualitativo della musica non può avvicinarsi - se non solo sotto un punto di vista puramente sonoro - a quegli album. Basta leggere il minutaggio degli otto brani contenuti in "The Blackening" per capire che quello che si andrà ad ascoltare non sarà più quel metal diretto ed a tratti scontato dei predecessori; l'album infatti è aperto da "Clenching the Fists of Dissident" che nei suoi 10 minuti di durata varia molto gli umori attraverso un groovy-thrash metal di stampo fortemente moderno che non può non riportare alla mente proprio le sonorità di "Burn my Eyes". Ma un brano come questo non rappresenta una semplice parentesi all'interno dell'album che si dipana tra composizioni piuttosto lunghe che ad eccezione di "Beatiful Mourning", "Now I Lay Thee Down" e "Slanderous" tutti brani dalla durata media nella norma, arrivano a toccare ancora i 9-10 minuti di durata come nel trìo finale "Halo"-"Wolves"-"A Farewell to Harms". Caratteristica positiva o negativa??? Difficile dirsi, se da una parte infatti questa scelta compositiva oltre a riportare indietro la band come già accennato, contribuisce a creare brani più vari al loro interno, dall'altra in mancanza di una vena compositiva particolarmente ispirata rende alla lunga l'album un mattone forse troppo pesante da digerire.Insomma, alla fin fine tirando i conti possiamo parlare di un lavoro decisamente superiore ai successori, che ad ogni modo serve a rinverdire e rinnovare i fasti di una band persasi troppo per strada. I difetti, innegabili, riguardano quanto già citato, 61 minuti di durata per un album come questo piuttosto monolitico, sono decisamente eccessivi facendo perdere in longevità al lavoro che in fin dei conti risulta sufficiente ma nulla più.<span>Sinteticamente: I Machine Head provano a tornare al passato, brani lunghi e finalmente tornati rocciosi anche se qualitativamente non si tratti di un album per cui strapparsi i capelli.
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