Il duemiladieci è tempo di generosi ritorni. Ci sono le “vecchie” glorie, come i Borknagar e le nuove promesse, come gli In Vain. A parere di chi scrive, sfortunatamente, entrambi gli ambienti mancano clamorosamente l’obiettivo andando a confezionare dei prodotti che, se non recassero in calce nomi così altisonanti, verrebbero criticati in modo più duro di quanto non stia avvenendo. Tempo di ritorno, quindi, anche per un’altra band della cerchia dello sperimentalismo nordico. I Solefald riemergono dopo un silenzio durato quattro anni. Il nuovo full lenght, Norrøn Livskunst, esce licenziato dalla Indie Recordings, neonata label nordeuropea che vede nel suo rooster parecchie band di genesi norvegese, tra cui gli stessi Borknagar ed In Vain a cui sopra accennavo. Presa di posizione in senso marcatamente autoctono quindi, che comprende anche la band di Lazare e Cornelius.
Norrøn Livskunst, ars vivendi nordica, ha il non facile compito di eguagliare i precedenti dischi del duo norvegese, autentici capolavori del metal più ricercato ed avanguardieristico. Dopo il lieve cambio di direzione degli ultimi due dischi targati duemilacinque e duemilasei, il prodotto che mi trovo a recensire vede un deciso ritorno alle sonorità delle origini della band. Effettistica esagerata ed utilizzo di tastiere massiccio accompagnano l’opener, caratterizzata anche da un intreccio vocale più vicino agli stilemi di In harmonia universali che non a Red e Black. Di stampo evidentemente ispirato più al black metal melodico è invece la seconda traccia, basata esclusivamente un un riffing deciso e veloce in cui si innestano alternativamente linee vocali sporche e cori a due voci. La terza traccia, dal nome pressoché impronunciabile, è una divertente mid-tempo semplice e diretta in cui una acuta voce (che a me sembra bianca ma potrebbe essere anche una voce femminile particolarmente fastidiosa) è la liason tra il guitarworking, il sintetizzatore e la voce di Cornelius a cui è affidato il compito delle classiche harsh vocals. Niente di particolarmente innovativo, ma di sicuro un buon brano per il tiro che conserva dall’inizio alla fine. Continua l’esplorazione di territori sconosciuti al metal (rockabilly ) opportunamente riadattati in chiave estrema. L’idea di per sé non sarebbe male se non fosse che la traccia si lascia troppo andare finendo nel solito blast beat, conservando di rockabilly solo qualche sporadico accenno, presente nella struttura ritmica, ed il titolo. Senza infamia ne lode, dunque. Eucalyptustrees, quinto brano del disco, segna anche la metà di quest’ultimo. Primo brano lento dell’intero minutaggio è anche il primo vero brano in cui qualche idea solefaldiana emerge in modo convinto e raffinato. La strumentazione esegue una semplice ma efficace tessitura per un lavoro vocale che vede impiegato coro femminile e lead vocal sporcate ma in modo appena percettibile. Finalmente si sente una armonia pianistica incisiva che riesce a mantenersi per tutta la durata del brano, coadiuvata dal sassofono che oramai è uno strumento di casa nelle sperimentazioni del suo. Tutta la melodiosa linea strumentale e vocale della prima parte del brano è un preambolo alla vera esplosione epica che invece caratterizza il suo finire. Anche in questa traccia di veramente e pesantemente sperimentale non c’è niente, ma almeno il brano riesce a volare alto classificandosi di sicuro come una delle perle del disco. Per il momento, l’unica. Con Raudedauden torniamo su tempistiche più veloci e massicce, ma il brano non è per niente di piacevole ascolto e finisce per sparire nella massa di canzoni che lo ricordano più o meno da vicino. Il successivo pezzo è invece un po’ più convincente, grazie specialmente a una buona ideazione delle linee vocali. Osa, talvolta, l’elettronica che dona al pezzo qualcosa di più di un esercizio di stile fine e sé stesso. Stessa questione per la successiva canzone, caratterizzata da dei buoni cambi di tempo e da un climax debordante merito del classico ma ben sfruttato alternarsi di calma e quiete in cui il roboante gioco delle voci ha la sua più valorizzata presenza. L’organo hammond e un vincente connubio di riffing fantasioso e voci pulite apre Waves Over Valhalla. L’incipit del brano però promette qualcosa che il restante minutaggio del pezzo riesce a mantenere solo in parte. Cavalcata in doppia cassa “all night long” inframezzata da qualche refrain più cadenzato che funge da contrappunto. Anche il conclusivo brano, più di qualche esplosione corale, non riesce a regalare di veramente qualcosa di emozionante rientrando tristemente nell’alveo della mera decenza.
È veramente scoraggiante dover assistere a un declino così palese delle band che hanno letteralmente inventato e sviluppato un nuovo genere della musica estrema, riuscendo a fondere tra loro stili e moods così eterogenei tra loro in modo lineare e perfettamente bilanciato. I Solefald sembrano non riuscire a sottrarsi all’infelice sorte che ha già colpito compari e colleghi della loro cricca ma tant’è: il nuovo disco del duo nordico è scontato e noioso. Buono solo per sentire lo stato di salute dei componenti, questo disco non aggiunge niente di nuovo da quanto è già stato detto ed è ben lungi dall’essere paragonabile ai precedenti lavori della band. In comune con questi ultimi ha solo il nome della band.
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