Sebbene le premesse, quali: feedback, cadenze black oriented e nominazione decadente siano poco distanti da manciate di band affini, i Plebeian Grandstand spingono la loro frustrazione oltre il grigiore monolitico e pallido, seppur smisuratamente condiviso, di band quali Celeste e Rorcal. Il flow incepisca tra continui stacchi e outrage sconclusionati. Anche quando inizia a tratteggiarsi un’atmosfera severa velocemente tutto cambia, e la cupezza presto si defila in una pressione cangiante, ritmiche e riffing quasi ricalcati da Jane Doe, voce rotta, chiuse di mastodontico effetto. How Hate Is Hard To Define è grave, teso e lascia alle spalle tabula rasa, nessun rimpianto, concede solo un brullo spiazzo dove stramazzare . Il quartetto francese punta sulla frenesia della batteria irregolare ma costantemente a caccia al seguito delle orme, mentre chitarre dai subdoli richiami dissonanti e strepiti attendono famelici il momento in cui il cucciolo si allontani dalla protenzione della mandria. I primi due minuti abbondanti calcano la mano su una ferita incauterizzabile, infrangendosi contro una barriera di suoni sordi. Elementi sviluppatisi a dovere in Nice Days Are Weak, intensa causa immanente, un manifesto esortante alla rinuncia di compremessi con l’hc dagli atteggiamenti blasé, ma senza impedire che la filiera caotica si assottigli in occasione dell’intermezzo strumentale, dalla metà di Hard To Define fino alla spoglia Pie In The Sky, giusto qualche attimo per poi ricadere nel riflusso prominente d’odio. HHIHTD è uno dei più violenti e caustici cd dell’anno appena passato, e nonostante questo fresco trionfo la band deve promettere ai suoi discepoli una continua crescita, affinché questo non rimanga solamente una crociata malevola in nuce.
Copertina dell’ottimo illustratore e fotografo Romain Barbot.
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