Pelican / “The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw”

The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw

Pelican

The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw

HydraHead / Goodfellas, 2005

Voto: 8/10

Così anche per i Pelican è giunto il momento del secondo full – length, dopo quel piccolo, splendido antipasto che è stato il mini “March Into The Sea”; peccato che di fronte a quest’ultimo il nuovo album mostri qualche segno di cedimento in quanto a efficacia e innovazione. La cifra stilistica rimane sempre quella già elaborata nel loro capolavoro “Australasia”: quindi un impianto sonoro largamente debitore nei confronti degli Isis e del postcore di matrice Neurosis in generale, composizioni esclusivamente strumentali caratterizzate da continui crescendo e da momenti vicini a certo post – rock oscillante tra stasi malinconiche e sferzate metalliche (Mogway soprattutto, ma anche Explosions In The Sky e ultimi Cult Of Luna), chitarre che a volte tratteggiano passaggi quasi sludge, tanta è la loro pesantezza, alternati a piccoli inserti puramente acustici.Ma quello che si può scrivere di questi sette nuovi brani finisce qui, perché la somiglianza con quelli presenti sul precedente full è veramente troppa: pare di stare ad ascoltare una versione più rifinita, ma decisamente meno ispirata del sopraccitato masterpiece. Il quartetto americano ha sfornato un ottimo disco, insomma, ma quello che manca a “The Fire…” è una maggior dose di coraggio, che avrebbe potuto far compiere ai Pelican il salto definitivo verso le stelle del firmamento post - hardcore o post rock che dir si voglia; se poi si volesse utilizzare come metro di paragone il precedente MCD, si vedrebbe che quest’ultimo risulta un gradino sopra al disco qui preso in esame, proprio perché più compatto e coraggioso, meno autoreferenziale e calligrafico. Tant’è vero che la splendida “March To The Sea” viene qui ripresa, ma decurtata completamente del delirio acustico finale, uno dei momenti più alti dell’intera produzione targata Pelican. Rimane da sottolineare che pezzi come l’iniziale “Last Day Of Winter”, interamente giocato su di uno dei migliori crescendo mai ideati dal complesso, svanente in un mesto arpeggio acustico, o l’intricato e cangiante “Red Ran Amber” restano pur sempre un piacevole, a tratti esaltante sentire: per i fan del gruppo è tutto perfetto e realizzato come da manuale. Ma personalmente, dopo aver gridato al miracolo con “Australasia”, io mi sarei aspettato un disco capace di progredire e di aprire nuovi ed eclatanti paesaggi sonori, invece mi trovo tra le mani un perfetto esercizio stilistico, che però sa troppo di già sentito.

Sinteticamente: Poteva essere il disco della consacrazione, sarà per la prossima volta.

Tags: Post
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