Ok, siete pronti ad andare in orbita? Sellatevi sul vostro mezzo spaziale, allacciate le cinture, tenevi stretti ai sedili e piantate lo sguardo alla volta dell’oscuro cielo: lì andrete, quella è la vostra destinazione, e non è detto tornerete tanto presto.
Entity, la nuova creatura dell’oramai storica Death Metal band americana Origin, ascesi definitivamente (con il precedente Antithesis) a vera cult band della scena, metro di paragone futuro per chiunque vorrà cimentarsi nel lato più cervellotico del sound della morte, presenta subito una sostanziale novità: James Lee, storico singer dal 2001, oggi non è più presente, sostituito per l’occasione da Ryan (chitarra) e Flores (basso) per quanto riguarda la registrazione effettiva del comparto vocale di questo album, ma si sa che il nuovo frontman del combo americano sarà Jason Keyser (ex Skinless).
Per quanto poco, arrivare dopo un disco come Antithesis è scomodo, molto scomodo: tutti ricorderanno come quel lavoro fu qualcosa di sbalorditivo perfino per un gruppo come il loro, spintosi a livelli inumani e scrivendo una pagina fondamentale della storia del genere. Entity, dunque, è chiamato a confermare un successo di dimensioni planetarie (anzi, galattiche, per restare in tema) senza avvalersi d’un importante anello della catena, ovvero un vocalist come James Lee. Dando anche una rapida occhiata alla tracklist, si noterà come i nostri abbiamo sensibilmente snellito il minutaggio dei brani, alternando brani sui due minuti ad altri di oltre sette.
Curiosità e prefazioni a parte, quando si preme il tasto “play” per la prima volta lo si fa con un certo timore mistico di cosa potrà uscire dalle casse, confermando una volta in più l’attesa spasmodica venutasi a creare per Entity: ecco allora che fin da subito veniamo demoliti da un suono potentissimo che, soprattutto nelle chitarre, mantiene una vena grezza tipica del genere, quasi a volerci ricordare che gli Origin sono sì un gruppo tecnico e dalle soluzioni anche aperte (a modo loro, s’intende) a visioni interstellari distruttive, fermo restando però un ensemble che non dimentica affatto la propria brutalità, concedendoci ben pochi attimi per rifiatare. Produzione, quindi, in linea con quanto già sentito nel predecessore, forse però giocando anche un po’ di più con un sound più freddo e macchinoso, dalle chitarre taglienti ed abrasive, una drum definita, martellante ed in primo piano, il solito basso di Flores che esce quando gli pare, metallico e freddo come non mai, e l’alternanza tra growl e scream dell’inedita coppia vocale Ryan/Flores, che a dirla tutta non sfigura affatto anche contro l’ex singer.
Quando sentirete l’apertura affidata ad Expulsion of Fury capirete immediatamente come Ryan e soci, oggi più che mai, sappiano quel che fanno, dimostrandocelo in un brano incredibilmente costruito, con un inizio a dirla tutta un po’ insipido ma dall’evoluzione mirabile tra stacchi, cambi di tempo e di metriche. Entity, quindi, dimostra immediatamente qualcosa di non rintracciabile nel predecessore, guadagnandosi subito l’attenzione e il rispetto che merita e, cosa che riscontreremo per l’intero lavoro, anche una componente più groove nell’articolato miasma dei brani. Proseguendo nell’ascolto verremo dilaniati da schegge impazzite come Swarm e Purgatory, due dei brani brevi prima citati, controbilanciati da maestosità quali Saliga e Consequence of Solution, dove i nostri vanno a cimentarsi su brani più lunghi, stratificati e complessi, dimostrando la propria malleabilità ed il fatto di aver pieno controllo della propria creatura. Generalmente, proprio nei brani più corposi i nostri dimostrano maggiormente il loro insindacabile talento, andando ad unire il lato prettamente tecnico con quello più groove, lanciandosi in qualche bella apertura visionaria dove la mente può librarsi in volo nelle oscurità spaziali della copertina (come in alcuni passaggi disperati di Conceiving Death uniti a qualche solismo melodico della chitarra). Far rifiatare (non troppo) è una buona mossa quando poi andremo a sentire un brano come Committed, basato su un riff dissonante tutt’altro che da viaggio mentale, e così è generalmente intelligente infilare dei movimenti maggiormente assimilabili e trascinanti in mezzo alle disarmanti articolazioni, marchio di fabbrica d’una band ormai posta su un piano superiore rispetto alla media.
Abilità tecniche a parte, tanto scontate che è inutile neanche declamarle, il lavoro di ogni singolo strumento fa rabbrividire per il continuo apporto che da alle canzoni; tecnica al servizio della musica, per fortuna. Ryans, Flores, Longstreth: il trio delle meraviglie, il trio dei miracoli. Antithesis li aveva fatti risplendere nella luce sfolgorante d’una supernova, Entity ricompre tutto d’un oscurità altrettanto insostenibile ed avvolgente: cambierà l’atmosfera ma non la sostanza, quella che vede gli Origin ancora dominatori al di fuori dell’orbita terrestre.
Concludiamo rispondendo alla domanda di tutti: “Entity è meglio di Antithesis?” La risposta – definitiva - credo proprio che dovrete cercarvela da soli, anche se, probabilmente, nel suo complesso Antithesis ha qualche punto in più complice un’ odierna Fornever un po’ sottotono rispetto all’alto profilo generale, e magari qualche passaggio qui e lì che, obiettivamente, non è così splendido come altri. Sottigliezze minori che non pregiudicano minimante l’album, ma che, in termini prettamente di voto, influiscono com’è naturale.
A prescindere da tutto, amanti di tali sonorità e fans degli Origin,Entity è un disco che dovete fare vostro, e subito. Una pagina fondamentale di questo genere si sta scrivendo, ed Entity ne è già parte.
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