Neronoia / “Il rumore delle cose”

Il rumore delle cose

Neronoia

Il rumore delle cose

Eibon records, 2008

Voto: 7/10

Il secondo lavoro dei Neronoia, giunto a breve distanza dal precedente, apre degli interrogativi e lascia alcune perplessità. Non le perplessità di quei commentatori disorientati dal genere proposto (forse a causa della sua notevole distanza dalla modernità e dal commerciale, non so) o troppo poco abituati ad apprezzare la sobrietà artistica di chi non ha bisogno nè di virtuosismi, nè di ostentazioni, nè di pacchianate. Quanto piuttosto le perplessità che derivano dalla totale assenza, e ripeto totale assenza, di differenze con il lavoro precedente. Il che può anche diventare una scelta vincente, se sei i Marduk. Più difficilmente, se sei i Neronoia. E possiamo allora darci qualche risposta alle domande che avevamo posto in occasione dell' uscita di "Un Mondo in Me": sì, trattasi di una dark-wave poco sperimentale e marcatamente lineare; sì, pare che il gruppo preferito dei nostri siano i Lycia; e sì, la band ha deciso di puntare tutto sul fattore emozione.
Non c'è traccia di sperimentazione in quest'album, come non c'era nel precedente. Inoltre è rimasta intatta quella compattezza che faceva di un'opera semplice, emozionale ed atmosferica, una convincente colonna sonora delle nostre riflessioni esistenziali. Tutto ciò dovrebbe implicitamente dirvi: "sappiate che se vi è piaciuto il precedente, vi piacerà anche questo". E a noi era piaciuto. Tuttavia, siccome siamo degli esigenti perfettini, non possiamo esimerci dal domandarci se arriverà mai, da questa band, qualcosa di nuovo. E lo facciamo sin da ora, anticipando i tempi (in fondo sono solo due album), ben consci che ad oggi è ancora possibile tributare ai Neronoia gli onori che meritano per aver dato vita a sonorità troppo rapidamente dimenticate dal grande pubblico (o, forse, mai realmente scoperte).
Stiamo parlando delle atmosfere plumbee e dilatate della dark-wave stile Lycia, e di qualche accenno lieve di contaminazione goth (Sisters Of Mercy) e shoegaze (davvero poco, meno che nel lavoro precedente). Dalle quali attingerete a piene mani nonappena avrete inserito questo cd nel vostro lettore, ascoltando brani come "XI", "XVIII" o "XX", tanto per citarne alcuni (si, hanno tutti dei titoli così. Peraltro, una o l'altra, poco cambia: lo stile è sempre quello dall'inizio alla fine).
Insomma, una bella conferma, anche se poco si è mosso dal punto di vista della composizione o dei suoni (che, al contrario di quanto scritto da molti in giro per il web, sono perfetti. Se non sopportate questi timbri ovattati, oscuri, dilatati, queste chitarre effettate e fredde, queste percussioni altrettanto fredde ed essenziali, questa voce roca e statica, questo basso corposo ed evidente... bene se non sopportate tutto ciò, quello che dovete fare non è tanto manifestare le vostre insofferenze, quanto cambiare genere).
Ci troviamo, dunque, esaltati da elementi atmosferici dark e senza tempo, e dubbiosi rispetto alla longevità ed alla freschezza di quest'opera. Anzi, di questa band. La quale, verosimilmente, non è che potrà a lungo sfornare album così uguali (e così a breve distanza). Ma, siccome questo è un discorso che riguarda il futuro, per ora va benissimo così.
Il voto è identico all'album precedente. Ma mezzo punto in meno per l' immobilismo dimostrato (che potrebbe benissimo diventare, agli occhi dei fan sfegatati di queste sonorità, mezzo punto in più, sappiatelo).

Sinteticamente: atmosfere d'intensità immensa ci suggestionano, attingendo a piene mani dalla tradizione dark-wave. Come la volta scorsa. E con un effetto sorpresa un po' diminuito.

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