Tra impegni con le loro band principali e il dovuto periodo per organizzare le idee passano cinque anni tra il primo full length dei Twilight e questo secondo lavoro, che li catapulta nuovamente nelle scene più malate e insane dell’intero panorama black metal mondiale. Nonostante capiti molto spesso che super gruppi come questo facciano un tonfo esagerato, della serie «più sono grossi e più si fanno male cadendo», gli americani riescono a sfuggire a questo destino arrivando a confezionare un prodotto non certo eccelso ma comunque accettabile e godibile. Le menti dei componenti di Isis, Minks, The Atlas Moth e Nachtmystium sembrano ritrovarsi per tentare di incidere un nuovo classico del genere e, sebbene non ci riescano, comunque calano gli assi dalle maniche e dimostrano che da professionisti delle scene ci si può sempre aspettare una notevole quantità di carne al fuoco.
Che sono americani si sente subito. Le canzoni infatti sono interamente permeate da un sound piuttosto southern, ignorante e grezzo. A dirla tutta di veramente black metal nel disco rimangono poche cose. Anzitutto la voce: ruvida e tagliente, deformata da un’effettistica esagerata ma appropriata. In secondo luogo la canzone Convulsions in Wells f Fever, forse unico esempio più affine allo stile degli alfieri della nera fiamma europea. Il resto del disco è un ammasso inestricabile di sollecitazioni forestiere, che vanno dalla psichedelia settantiana al post metal più recente. Come era lecito aspettarsi, ciascun membro della band porta farina del proprio sacco, ottenuta macinando i grani coltivati nel campetto della propria main band. Fortunatamente i nostri riescono ad evitare il più grosso errore in cui incorrono esperimenti del genere, ovvero una eccessiva eterogenia del materiale che finisce per risultare fine a sé stesso. O peggio talmente prefabbricato da essere in odor di trovata commerciale senza arte né parte.
Come dicevo questi problemi non si pongono e quindi l’ascoltatore potrà calarsi nell’ascolto del disco in modo totalmente privo di pregiudizi. Quello ne che attirerà di più l’attenzione sarà una costante variazione di registro dei brani. Dai mid-tempo ai blastbeat ci si potrà anche soffermare nelle parti più ariose, a suon di synth e drone spaziali. Non mancheranno anche approcci industrial, esplorati nel brano Red Fields caratterizzato da un pomposo suono di basso che sorregge strati di musica elettronica. Spesso il volume delle parti strumentali soverchia nettamente quello della voce e sebbene questo sia a discapito della comprensibilità delle lyrics il pathos dell’intero brano ne guadagna sicuramente in epicità.
Un disco che sicuramente merita attenzione, conservando al suo interno delle scelte stilistiche che riusciranno a convincere ben più di qualche ascoltatore. Provare per credere.
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