L'album che non ti aspetti... o meglio l'album che ti aspetteresti prima o poi e che improvvisamente si materializza. Può essere riassunto così il nuovo parto dei danesi Mnemic, band che ormai inizia a rappresentare un nome noto e consolidato all'interno della scena metal moderna, ma mai realmente venuti fuori con un lavoro capace di lasciare il segno.
E del resto i continui cambi di line-up non hanno potuto far altro che segnare la carriera di cinque giovanotti di belle speranze che in soli quattro anni avevano dovuto già fare i conti con due avvicendamenti dietro al microfono.
E se l'ultimo uscito "Passenger" targato 2007 aveva lasciato intravedere i primi presupposti di consacrazione, ecco che il qui presente "Sons Of The System" arriva finalmente a far affermare una band che con l'avvenuta stabilità portata dall'ingresso dell'ottimo singer Guillaume Bideau riesce a tirare fuori il meglio dalle proprie evidenti potenzialità.
Quello che ci propone la band danese con l'album in questione pone le sue basi su un modern metal di chiara ispirazione Fear Factory periodo Demanufacture, con interessanti ed evidenti inflessioni industrial ed arricchito per l'occasione da strizzatine d'occhio al sound roccioso dei Meshuggah, il tutto riletto da quell'inflessione tipicamente melodica che da sempre ha contraddistinto il sound dei nostri e che in certi casi riporta alla mente anche soluzioni molto simili ai Deftones.
Il risultato è così un lavoro fresco, vario, ed incredibilmente roccioso, in cui la pesantezza del riffing viene perfettamente bilanciata da una melodia che mette in evidenza le doti del singer Bideau oltre ad una ricerca di quegli effetti di fondo che non può lasciare indifferenti.
La cosa che maggiormente colpisce dei Mnemic in questa versione è l'incredibile capacità di colpire l'ascoltatore senza per questo dover ricercare chissà quali soluzioni avanguardastiche ma solo premendo sull'acceleratore e prendendo il meglio del classico sound moderno, immediato ma non per questo da sottovalutare.
Ogni soluzione non è messa lì per caso, ogni apertura melodica non intende semplicemente ammorbidire il sound ma fa parte di un tutt'uno che non potrà non avvicinare al lavoro tanto gli appassionati di generi più "post" quanto i nostalgici di certo modo di fare "metalcore" fino a qualche anno orsono, prima che il tutto passasse inevitabilmente di moda.
E tutto questo sia quando si parla dell'opener "Sons Of The System" forse più morbida e catchy, sia quando invece le atmosfere cambiano radicalmente come nella Korn-iana "Climbing Towards Stars" o nei tempi dispari estremi di "Hero In" chiaro ed evidente riferimento ai Meshuggah riletti ovviamente in chiave Mnemic.
Non che i brani siano totalmente diversi l'uno dall'altro, sia chiaro, ma la capacità di variare registro pur rimanendo ancorati al proprio stile in tutti gli undici brani del lavoro non può che rappresentare un punto in favore di una band che sempre più si avvia a crearsi una propria nicchia, un proprio marchio di fabbrica all'interno della solita scena ingolfata di uscite troppo spesso uguali tra loro e troppo spesso incapaci di tirar fuori qualcosa di veramente nuovo.
A tutto questo non possiamo non aggiungere una considerazione ovvia e scontata sulla produzione di questo lavoro, semplicemente perfetta, pulita e potente allo stesso tempo curata del resto da un'icona del calibro di Tue Madsen).
Una sorpresa graditissima insomma, che spinge ulteriormente in avanti le potenzialità già precedentemente mostrate e che già avevano portato attestati di stima evidenti (non ultimi i tour in compagnia dei Metallica, che saranno anche rincogliniti certo ma pur sempre una marea di gente tirano dietro...), e che probabilmente non in molti sapranno apprezzare visto il rapporto immediatezza/qualità molto difficile da trovare altrove.
Poi il cantante nuovo proprio non mi piace.
Con "Passenger" non mi hanno per nulla convinto purtroppo.. quest ultimo, invece, non ho avuto ancora modo di ascoltarlo!
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