Parliamoci chiaro: è molto triste che le sorti di un genere musicale (nel nostro caso il metal estremo ibridato con strutture musicali mediorientali) siano dettato in linea generale da un solo immortale capolavoro. Mi sto riferendo a quel Mabool che istintivamente viene preso come pietra di paragone e colonna portante del sound in questione. Nell’ormai lontano duemilaquattro gli Orphaned Land superavano loro stessi e la gran parte dei gruppi in circolazione confezionando una perla rara della musica. Da un lato l’operazione ha scaturito l’effetto benefico di sintetizzare un canone a cui riferirsi, dall’altro lato è triste che ci si riferisca a quel disco non solo come tutt’ora insuperato ma anche come lontanamente avvicinabile da chicchessia. Persino dagli stessi Orphaned Land che con il loro ultimo lavoro non hanno certo reso onore al loro nome.
L’intro era obbligatorio per approcciare al nuovo disco dei Melechesh che di suggerimenti mediorientali riempiono ogni loro disco. Non ultimo questo appena uscito The Epigenesis, quinto tassello di una storia che inizia nel 1996. Essendo un curioso ascoltatore di musica etnica, dalla band di Gerusalemme mi sarei aspettato si un corposo sound metallico, ma mischiato con linee melodiche tipicamente mediterranee per unire fascino dell’esotico e furia nordeuropea in un fortunato mix di sostanze esplosive. A dire il vero nel disco non mancano le prime e tantomeno la sec onda ma sfortunatamente per i Melechesh e per l’ascoltatore, il mix che ne deriva non è solido quanto si auspicherebbe. Sostanzialmente, a parte qualche accenno ad arabeschi passaggi musicali, quello che suonano i Melechesh e il solito minestrone di black, death e thrash sentito e risentito e che certo può contare, se non in più esperti esecutori, di sicuro in più ispirati interpreti nel panorama internazionale. Niente di nuovo, quindi, rispetto ai consueti blastbeats, schitarramenti distorti ed harsh vocals. I brani sono tutti piuttosto diretti e veloci, che non pretendono certo una elevatissima attenzione. Le strutture armoniche e melodiche sono tutte molto semplici, risultato di riffing abbastanza prevedibile e scontato. Nel disco non vi è nemmeno l’ombra di un climax ed ogni canzone permane nello stesso mood del brano precedente instillando nell’ascoltatore una sensazione di “già sentito” veramente fastidiosa. A non rendere questo disco un fiasco totale in tutta la linea contribuiscono i, seppur saltuari, riff indovinati che fanno in modo di risollevare le sorti di brani altrimenti scialbi (sentite ad esempio il secondo brano, Grand Gathas Of Baal Sin, verso la fine). Anche l’utilizzo di strumentazione orientale aiuta a smorzare i toni della ridondanza che affligge pesantemente The Epigenesis. Il bouzouki e le percussioni fanno veramente la loro ottima parte nel penultimo brano del disco, primo vero esempio di atmosfere impreziosite dalla cultura mediorientale che tentano un’ascesa emozionale nell’intimo dell’ascoltatore. Questa ascesa è mantenuta nelle prime battute dell’ultimo brano, The Epigenesis, che finalmente da una scossa positiva alla musica dei Melechesh. Le linee melodiche delle chitarre sono finalmente un gradino sopra rispetto a quanto sentito precedentemente ed anche il drumming riesce ad essere all’altezza della situazione. Un poderosa struttura ritmica concede al brano una ascoltabilità non gravata dalla noia come il resto del disco. Purtroppo la lunghezza del brano risulta alla fin fine estenuante perché non fa altro che costringere i musicisti a ripetersi distendendo la pasta musicale oltre un livello accettabile. Ovviamente la convinzione dei Melechesh c’è tutta. L’impegno nelle parti strumentali è evidente, così come una buona qualità di registrazione e missaggio (del resto la Nuclear Blast si può permettere produzioni di questo tipo). Quello che più lascia perplessi, in definitiva, è la scarsa fantasia compositiva del combo israeliano. Hanno delle radici musicali a cui attingere non indifferenti, che potrebbero essere uno dei punti di forza dei loro brani. Sfortunatamente non attingono quasi nulla dalla loro genesi territoriale e infarciscono invece la loro musica di un riffing che, per quanto preciso e ben suonato, è solo l’ennesimo esempio di un qualcosa di già sentito.
Ho sempre avuto molto interesse verso questo gruppo, ma tutti i loro album, chi più e chi meno, avevano sempre notevoli punti di stanca. The Epigenesis non ne è, purtroppo, esente, ma il livello qualitativo mi sembra maggiore rispetto al passato. Bravi.
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