Uno dei meriti indiscutibili della musica estrema è quello di funzionare perfettamente da cartina tornasole per i gusti del proprio pubblico. A dispetto delle accuse di immobilità e chiusura, il continuo fiorire (e altrettanto rapido tramonto) di micro generi riconducibili all’eccesso sonico dimostrano una vitalità invidiabile e quasi impossibile da ritrovare altrove (sfogliatevi un numero qualsiasi di Rolling Stone per avere una percezione precisa dello stato disastroso in cui vessa il rock). Così, a nemmeno due anni dalla sua esplosione, è giunto il momento di lasciarci alle spalle l’esplosione del death core. Dopo un’abbuffata di trigger, suoni iper processati, break down e pig squealing sembra proprio che il pubblico più attento sia sazio di tali elaborate pietanze. L’appetito pare rivolto verso sonorità più rozze e bestiali, dal peso specifico inferiore ma dalla capacità abrasiva inavvicinabile. Tanto per cambiare la prima ad accorgersi di questa svolta è mamma Relapse, in ripresa dopo aver clamorosamente mancato l’ultimo paio di treni. Per paura di rimanere indietro spazio alla ristampa su licenza quindi, caso in cui ricadono questi Mammuth Grinder. Che si presentano al pubblico delle grandi occasioni con un thrash death vecchia scuola, ignorante e cafone come se ne sentiva il bisogno. Eppure è palese che sotto l’involucro di oltranzismo talebano c’è qualcosa di più. Un suono slabbrato studiato appositamente per le aperture sludge, un apparato iconografico che rilegge con gusto moderno certo underground di fine anni ’80 inizio ’90. Si passa così dallo sdoganamento del growl alla ricerca di un nuovo culto, lontano da suoni patinati e dallo sfoggio di tecnica come elemento valorizzante di un genere volgare per definizione. Qui la bassezza è esibita, anche se illuminata da una sorta di buon cattivo gusto. Perché per riuscire in questa impresa non basta mettere in fila una serie di efferatezza da pornogrind band, occorre saper scegliere con precisione e gusto gli ingredienti del mefitico intruglio.
Luca
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