I Long Distance Calling sono una formazione tedesca dedita a un Post Rock strumentale suonato in maniera più diretta e “Rock” rispetto a molti colleghi quali (per citarne 2 famosi) Mogwai o Explosions in the Sky. Fin dal primo album, Satellite Bay del 2007, si distinsero per l’ottima prova musicale, ma fu con Avoid the Light del 2009 che trovarono piena conferma della loro proposta, sfornando un disco dai caratteri molto più “duri” e meno eterei di molti colleghi in circolazione, aiutati dalla preziosa collaborazione con Jonas Renske dei Katatonia, che fornì la voce nell’unica traccia cantata dell’album.
Long Distance Calling, il nuovo omonimo album e terzo della carriera, è chiamato a confermare a tutti gli effetti questa già grande band, e senza mezzi termini si può assolutamente dire che l’obiettivo è centrato al 100%.
Nel nuovo nato notiamo un sound meno corposo e più soft, più rock è meno metal si potrebbe dire paragonandolo al predecessore, con sempre delle grandi strutture affidate al gusto delle chitarre e del basso, aiutate spesso e volentieri dall’elettronica che aggiunge le sue sonorità negli sfondi lasciati liberi dagli altri strumenti; è una componente certamente “fantasma” quest’ultima, che riempie spazi e lavora dietro alle quinte, ma importante per supportare la regia affidati agli strumenti convenzionali, mai troppo sperimentali nei suoni e indirizittati al classico approccio ad un buon riff, studiato più nel suo essere che nel suo apparire.
Toni un po’ più morbidi e rilassati questa volta, anche se il riff rockettaro di Arecibo vi si staglierà subito nella mente, come i giri di basso di The Figrin D'an Boogie, con un finale in crescendo dove le melodie della chitarra vi porteranno tra le stelle. Anche in quest’album poi troveremo una traccia cantata (Middleville), questa volta da John Bush (ex Anthrax), una song dal sapore tremendamente Grunge, fatto sempre con grande raffinatezza e cura delle melodie. Non mancherà comunque di perdersi in digressioni più progressiste e rarefatte, ricordandoci comunque l’anima “post” dei nostri, come nella conclusiva Beyond the Void, impeccabile nella partenza tra melodie pulite della chitarra e schegge elettroniche, e abile del suo fluire dilatato e sognante, privo di grosse variazione ma costantemente trainante.
Questo omonimo disco della band tedesca riesce a convincere su tutta la linea. Un disco dalla concezione “semplice”, facile da fare proprio perché ispiratissimo. Molte volte, per chi ostenta, troppe sperimentazioni e brani eccessivamente diluiti portano, sulla lunga distanza, solo una grande noia. I Long Distance Calling, invece, non cadono nel tranello di queste sonorità oggigiorno un po’ – diciamolo – alla moda, dosando bene sia il “Post” che il “Rock” trovando così la giusta dimensione della loro musica, e se consideriamo le enormi qualità dei musicisti che formano questa band, il risultato non può essere che qualcosa di molto emozionante.
Da avere per chi ama queste sonorità, e anche per chi le va cercando.
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