Lamb of God / “Ashes of the Wake”

Ashes of the Wake

Lamb of God

Ashes of the Wake

Sony/Epic, 2004

Voto: 7/10

Dalla Virginia il quintetto dei Lamb of God giunge alle stampe del terzo full, questa volta per Sony/Epic, scelta che di certo ha creato clamore e pure un pizzico di timore nei parecchi estimatori del gruppo, a mio avviso non tra quelli che potevano essere più prevedibilmente assoldati da major. Non nascondiamoci il fatto che l'intento dell'etichetta fosse quello di poter avere tra le mani un successo che potesse bissare quello di Pantera o Slayer, cosa che purtroppo per loro, nonostante gli enormi debiti che questi brucia preti hanno anche con semplicità e leggerezza ammesso nei confronti dei gruppi appena citati, non si è affatto rivelata, non nella completezza sperata per lo meno. C'è da precisare che siamo infatti lontani anni luce dalla memorabilità delle proposte thrash ai quali i nostri si rifanno.
Venendo all'album in oggetto, seguito del brillante e massiccio "As the Palaces Burn" del 2003, questo "Ashes of the Wake" pare unanimemente inferiore al predecessore di cui ripropone lo spirito e lo richiama prepotentemente soprattutto nel pezzo di apertura "Laid to Rest". Per il resto abbiamo un album solido di thrash moderno, assolutamente non svenduto alla major sia nei suoni sia nella composizione e di certo non "commercialmente" più fruibile, come temuto dai più.
Su quale poi sia la forbice tra l'album del 2003 e questo nuovo ho sentito e letto molteplici pareri, ovviamente nessuno concorde con l'altro, chi parla di un emozionante esempio di come il thrash sia ancora vivo ed abbia molto da dire, chi invece auspica una fine prematura del quintetto in questione non riuscendo a digerire la proposta, a detta loro, sterile e puerile.
Inutile dire che anche questa volta la verità sta nel mezzo, sta nel mezzo di pareri irrazionalmente trasportati troppo dalle sensazioni, sta in mezzo a pareri dettati eccessivamente da astio o entusiasmo nei confronti della realtà metal americana che sta dando spazio consistente a gruppi come Lamb of God o al movimento metalcore che pesca copioso nel mare del death swedish.
La verità sta razionalmente nel mezzo, con un disco suonato da musicisti talentuosi, non eccessivamente ispirati in questa prova, ma pur sempre leali a se stessi, smentendo le più sibilline previsioni. Un album godibile dall'inizio alla fine, una prestazione luminosa e articolata senza pecche, buoni stop, cantato di Blythe azzeccatissimo nel suo tono quasi gutturale e il tutto arricchito da due perle come l'apparizione da guest di Chris Poland dei Megadeth e Alex Skolnick dei Testament, a ribadire, se ancora non era chiaro quali sono i gruppi e il genere al quale i nostri devono la loro fortuna.

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