Isis / “Panopticon”

Panopticon

Isis

Panopticon

Ipecac, 2004

Voto: 9/10

Probabilmente, dopo "Oceanic", non sarebbe stata possibile altra emissione discografica se non questo "Panopticon", che si delinea fin dal primo ascolto come un ulteriore sviluppo dell'Isis sound verso territori sempre più imbevuti di psichedelia, e sempre più distanti dal primigenio postcore. Sicuramente siamo al cospetto del loro disco più melodico ed "orecchiabile", dove le ruvidezze e gli stacchi noise ? oriented degli esordi targati "Celestial" vengono del tutto accantonati, per esaltare un fluire inesausto di sludge chitarristico incredibilmente levigato, interrotto solamente da incursioni in ambiti mai come ora affini al post rock più raffinato e sognante. Quello che impressiona di più durante l'ascolto dell'album è la percezione di una raggiunta perfezione formale assoluta, priva di sbavature e di momenti sfocati: non per questo la musica perde la straordinaria capacità di ammaliare l'ascoltatore tramite le consuete progressioni strumentali che ambiscono all'ipnosi dello stesso, lasciandolo fluttuare in una sorta di limbo ove i concetti di spazio e di tempo vengono radicalmente modificati. Per giungere a questo risultato, la band di Aaron Turner può fare affidamento su di una produzione inattaccabile, mai così cristallina e allo stesso tempo poderosa come in questo caso, in grado di formare un wall of sound d'incredibile spessore e compattezza, e soprattutto sul definitivo sviluppo di una vena genuinamente psichedelica e progressiva che è andata crescendo album dopo album. C'è tanta psichedelia aggiornata ai tempi ed alla pesantezza sonora in "So Did We", la traccia d'apertura, colma di riverberi e di echi percepibili al di sotto delle consuete colate di riff dilatati all'inverosimile. C'è una costruzione del pezzo palesemente progressive in "Wills Dissolve", grazie a una sezione ritmica di rara vivacità, in grado di cambiare continuamente le prospettive musicali in un gioco di tensioni e distensioni, detonazioni foniche e stasi eteree. C'è anche molto post rock nell'arpeggio iniziale di "Backlit", tanto da far pensare che gli Slint di "Spiderland" siano ancora adesso un'influenza fondamentale perfino per gruppi dalla grandissima personalità come, appunto, gli Isis. C'è ancora un'impronta post rock nella successiva "In Fiction", snella ed essenziale, basata su di un lento crescendo mantrico, che questa volta pare situarsi in territori mogwaiani. In breve, ci sono mille influenze che ancora una volta vengono sviluppate con una maestria degna dei fuoriclasse, tanto da risultare perfettamente conglobate in composizioni che brillano di rara coerenza interna, e che soprattutto mantengono un livello di coinvolgimento emotivo quasi sempre altissimo. Infatti, le sette tracce del disco presentano le abituali melodie colme di infinita tristezza, di sconfinata malinconia per qualcosa che si è perso per sempre o che non si raggiungerà mai. L'unica critica che mi sento di poter muovere a "Panopticon", altrimenti perfetto, è un leggero calo di tensione che si manifesta nei due brani conclusivi, nei quali potrebbe iniziare a sorgere un piccolo sentore di noia da parte del fruitore del sopraccitato. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di un'opera ancora più strumentale rispetto al passato, in cui le parti vocali sono ridotte al minimo, tanto che il suo ascolto potrebbe rivelarsi sfiancante a tratti, se affrontato senza la necessaria concentrazione. A parte questo piccolissimo difetto, Aaron e soci hanno forgiato per la terza volta consecutiva una magnificenza uditiva, che non farà fatica a posizionarsi nella mia personale top ten di fine anno.

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