Tra le miriadi di band che escono oggigiorno in ambito Metalcore c’è ancora, per fortuna, qualcuno che prova a “dirla a modo suo”, senza per forza usare “citazioni” altrui. Oramai, anche in questo genere, si sono visti parecchi differenti modi d’intenderlo, da quello furioso, primordiale e ben diverso che tanti non conoscono, a quello che ha fatto successo negli anni 2000, patinato e melodioso, o chi ancora ha intravisto nella tecnica e nella follia un modo nuovo e più interessante d’evadere dalla monopolizzazione che s’era andata creando.
In tutto ciò i giovani Within the Ruinscosa centrano? Beh, potremo dire che questi ragazzi, al secondo disco e sotto la prestigiosa ala della Victory Records, hanno intravisto un buon compromesso tra gli August Burns Red ed i Protest the Hero, condendo con un pizzico di Becoming the Archetype e mescolando il tutto in una buonissima dose di personalità la mistura.
Il sound è inevitabilmente moderno ma tuttavia non troppo plastificato, una buona base su cui predisporre il resto dell’impalcatura. Riffs serrati sferzano per tutto il disco, a volte diventando delle vere proprie mitragliate senza ritegno, e le chitarre, quando non impegnate a ruggire possenti ritmiche, tendono sempre ad intrecciare melodie tipicamente alla Protest the Hero, cose per “palati fini” atte a reggere l’intero pezzo senza ritagliarsi, però, egocentrici soli infruttuosi. C’è da restare stupiti, alle volte, dalle gustose trovate chitarristiche, certamente non in vena di restare inquadrate negli stilemi melodici che la consuetudine suggerirebbe (o imporrebbe); oltretutto sembra quasi, in alcuni momenti, di avere a che fare con amanti della musica classica, il che non guasta affatto.
Tecnicamente una prova sopra le righe, ma senza esagerare: il tutto è ottimizzato per avere un sound complesso si, ma non sfrontato. Padrone assolute le chitarre, supportate da un’ ottimale batteria piuttosto tendente al “pestaggio” e ad un buon basso che riempie a dovere, cosa utile quando le asce vanno a braccetto imponendosi in vorticose melodie sopra agli altri inquilini di suono.
Strutturalmente non c’è spazio per clean vocals o momenti troppo delicati, gli Within the Ruinssono sfrenati e non lasciano molta tregua, anche se – come detto - le aperture melodiche non mancano (senza essere mai pacchiane). Fortunatamente non forzano se stessi e la loro musica in favore del consenso globale, risultando così freschi, genuini e senza paura.
Indubbiamente, non si può non dire che sia tutto perfetto. Anche se i brani sono generalmente ottimi, qualcosa (probabilmente la mancanza di veri colpi di genio ed d’un po’ più di varietà) rende il tutto un tantino freddo, lasciando dietro di sé il sentore che qualcosa debba ancora arrivare, che questo Invade possa essere un gustosissimo antipasto prima della portata principale, imminente ma non ancora giunta.
Brani come Versus, Behold the Harlot, Red Flagged, Feast or Famine o The Carousser, tuttavia, potranno confermarvi la bontà della proposta dell’album, dimostrando come si possa ancora fare qualcosa di personale (per quanto poco) senza per forza rivoluzionare un genere.
Ottimi quindi questi giovani ragazzi, tra le migliori promesse nel genere, sicuramente. Se sapranno , e riusciranno, a fare un ulteriore passo in avanti, potrebbero riservare grosse gioie in futuro.
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