Al di sopra d'ogni clichè, al di là delle etichette, i toscani fanno parte di quella ristrettissima cerchia di gruppi non assimilabili ad altri. Non un solo genere, a definirli... Gli Inner Shrine, con questo loro nuovo "Samaya" spaziano dal metal alla musica classica, dall' epic dei primi Therion all'ambient dei Tiamat di "A Deeper Kind of Slumber", dalla ridondanza al silenzio. Le chitarre possono urlare di puro metallo, la batteria stordire con percussioni ed ottoni; ma anche, ci si può cullare nella poesia d'un'acustica e nel mormorio d'un recitato. Largo spazio a sinfonie liriche da tastiere e soprano possenti e maestosi; ad atmosfere orgiastiche che s'alternano ad intimistiche ed oscure riflessioni, due aspetti complementari ed imprescindibili di quella stessa malinconia inquieta che scivola sull' intero lavoro... ma che, purtroppo, non lo pervade. Credo sia stata proprio questa, a parer mio, mancanza di sentita commozione, a non avermi convinta del tutto. Come se questo inattaccabile lavoro, magistralmente suonato ed impeccabilmente studiato, fosse poi in fondo carente di quel vivo dolore che avrebbe dovuto motivarlo e muovere noi nella direzione dell' entusiasmo. "Samaya" pare quasi vasectomizzato, quasi non all'altezza del profondo proposito interiore. Ma al di là di questo personalissimo giudizio, il combo è indubbiamente quanto di più persuasivo mi sia trovata ultimamente ad ascoltare; il suo più grande pregio, risiede nell' essere riuscito ad appartenere ad una musica panoramica, senza per questo apparire senza patria; essere riuscito insomma, a muoversi nei più diversi territori facendo proprio ognuno di questi, sovrapponendo ogni confine, facendoli sfumare l' uno nell'altro. Cittadini del mondo (delle sette note), gli Inner Shrine vi colpiranno grazie a quella stessa eleganza operistica che ha reso celebri i Virgin Black, e per quella padronanza atipica, sperimentale ed avangardistica del linguaggio musicale a 360 gradi.
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