Metro di paragone per questo album sarà il suo predecessore “Epileptic”, buonissimo album che, anche grazie al fatto di aver goduto di Sven De Caluwé alla voce (anche cantante di Aborted e batterista di Leng Tch’e), fece fare al gruppo un salto non indifferente, portandolo dai meandri dell’underground europeo, a uno status di discreta notorietà, recentemente apprezzati pure di spalla ai Nile in quel di Milano per il tour europeo.
Le strutture di questo disco non si discostano molto da quelle dell’album precedente, non si dimenticano infatti i vari e distinguibilissimi richiami meshugghiani, i tanti stop and go e mid tempo, i riff più veloci ma carichi di richiami melodici, intermezzi più evocativi e pezzi mosh, il tutto a ricordare, se c’è da nominare un album, l’ultimo “The Archaic Abattoir” dei ben più famosi Aborted (complice anche la sterzata che anche gli Aborted hanno dato al loro suono); lo standard tecnico è molto elevato in ogni suo reparto, come lo era in precedenza del resto; il nuovo cantante ha un range vocale un filo più limitato di Sven ma comunque decisamente più ampio di quello che si trova sul “mercato” riuscendo a non farcelo rimpiangere quindi più di tanto.
L’album però risulta più pesante da digerire di “Epileptic”, più mentale e meno fisico, più difficile da assimilare e di certo meno immediato nei suoi quasi 60 minuti, questa è la più grande pecca di questo nuovo capitolo In-Quest, album che mi aspettavo desse davvero la mazzata decisiva e incisiva.
C’è da dire che la registrazione è però ottima! Produttore? Manco a dirlo Tue Madsen! Come l’ultimo Aborted, singolare eh?! Che dite? La cosa vi ha rotto un po’ le palle? Non ditelo a me…
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