In Lingua Mortua / “Salon des Refusés”

Salon des Refusés

In Lingua Mortua

Salon des Refusés

Termo Records, 2010

Voto: 6/10

Il primo album degli In Lingua Mortua, in quanto a sonorità e proposta musicale, si avvicinava molto a quello stile che ha reso famosi gli Emperor. A cavallo tra il più caratteristico black metal sinfonico e gli azzardi connaturati al filone avanguardieristico, il primo disco ha rappresentato comunque un discreto affacciarsi alle scene. Si può tranquillamente affermare che rispetto ai più famosi colleghi menzionati precedentemente gli In Lingua Mortua osano di più, uscendo dalle strade battute del black per esplorare più spesso nuovi percorsi. La storia travagliata di questo primo disco (Bellowing the Sea – Racked by the Tempest) è presto detta: composto all’inizio del duemila vede la luce solamente sette anni più tardi, grazie a rallentamenti dovuti a problemi di varia natura. Dopo la release del disco ai fan del progetto venne subito assicurato che il successivo capitolo sarebbe stato completato non prima di altri sette lunghi anni e invece…

E invece eccoci qui, solo tre anni dopo, a scrivere del nuovo capitolo, Salon des Refusés. Scorgendo brevemente i partecipanti al disco si intuisce come mai la produzione del medesimo era stata preventivata come lunga e complicata. Sono ben quattordici i musicisti presenti nella line up ed ognuno contribuisce a creare un sound compatto e potente. Le cameo nel disco possono vantare anche nomi importanti della scena sperimentale e black metal del freddo nord in quanto per l’occasione sono stati invitati come guest anche membri degli Shining, Keep of Kalessin e Jaga Jazzist. La quantità di strumenti, e quindi anche dei suoni utilizzati, è mastodontica quasi quanto la conta dei membri partecipanti. Si utilizza di tutto: clarinetti, trombe, moog, mellotron, clavinet, sassofoni, marimbe, glockenspiel, piano hammond, vocoder e celesta. Il campionario è ricco e non lascia certo niente al caso, provvedendo per ogni suono la giusta visibilità (acustica)

È da notare che comunque, nonostante la magniloquenza della strumentazione, il disco resta saldamente ancorato a una struttura fondamentalmente black e non snatura in alcun modo la ferocia e la velocità di questo stile. Sono infatti più che altro dei frammenti di sperimentazione quelli che coinvolgono gli strumenti più particolari, frammenti che spezzano il ritmo dei brani tentando di conferirgli un fascino che riesca ad essere dirompente in modo da evitare la trappola del “già sentito”. È un vero peccato che, dopo l’entusiasmo iniziale, il sentore di freschezza del disco e dei brani che lo compongono vada scemando di canzone in canzone. Forse a causa della line up veramente esagerata alcuni brani sembrano il risultato di un collage di materiale unito alla meno peggio ed è molto disturbante dover forzosamente interrompere l’ascolto di una indovinata armonia a causa dell’entrata in scena di un’altra armonia che con la prima ha poco, se non niente, a che fare. Eccessiva carne al fuoco dunque, e nessuna volontà di mettere ordine in questo marasma di idee.

Tirando le somme non si può certo dire che Salon des Refusés sia un disco brutto. In quanto a intenzioni però, promette e pronostica più di quanto poi in realtà riesca a mantenere. La disorganizzazione interna ai brani è il fattore che più pesa nel formulare il giudizio finale. Forse non piacerà al primo ascolto e sarà assimilabile solo a piccole dosi. Aspettando il nuovo capitolo che speriamo sia più coeso e lineare non possiamo fare altro che intrattenerci sulle parti più marcatamente black godendoci la loro commistione ai contrappunti “jazzistici”, di cui Full Fathom Five è un ottimo esempio.

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