Chi siano gli In Flames oggigiorno credo che, per tutti gli amanti del Metal e del Rock “duro”, sia superfluo parlarne. Un gruppo, formato ben 20 anni fa, che negli anni ’90 ha letteralmente insegnato a suonare il Melodic Death della scuola di Gothenburg, con quel tocco speciale nelle melodie, spontanee ed immediatamente entusiasmanti, e quel dono nell’usare la chitarra acustica passato ormai alla storia del genere. Lavori come il monumentale The Jester Race o il trittico Whoracle, Colony e Clayman, assolutamente dischi che hanno firmato un genere, o il fin troppo dimenticato debutto Lunar Strain, sono tutti grandi fasti d’un gruppo che, all’inizio del nuovo millennio decise di cambiare rotta ed assecondare le nuove mode d’ oltre oceano, riviste ovviamente con il proprio modo di comporre, certo, ma sicuramente da Reroute to Remain qualcosa cambiò, e da lì furono luci ed ombre.
A Sense of Purpose però sorprende subito se rapportato a qualunque loro lavoro, vecchio o nuovo, dato che ha dalla sua una spiccata differenza nel sound, più morbido e “rock” (le chitarre restano sempre “ribassate” ma il gain è decisamente diminuito rispetto al precedente Come Clarity), e senz’altro risulta il meno estremo fatto dalla band (cosa che sicuramente diverrà oggetto d’ulteriori critiche). La voce di Anders ha ormai abbandonato definitivamente lo scream (anche se qualche più “arrabbiata” la utilizza ancora), concentrata in un cantato decisamente più accessibile ma sempre alla ricerca di linee comunque – per quanto poco – non banali.
Un ulteriore mutamento per la band di Gothenburg, senz’altro gradito nell’ottica di chi comunque prova ad andare avanti e a non stagnare.
Piacevole constatare che ne Strömblad ne Gelotte si siano dimenticati come si realizzano le melodie tipiche della band, e fa anche ben sperare il riutilizzo sopraffino di qualche parte con l’acustica (anche se non è molto, purtroppo). 12 brani per un totale di 48 minuti dove una sola, atipica, traccia va oltre la media dei 4 minuti (tranne 2 tutte stanno sotto) segno che ormai lo stile verte a brani tutti strutturalmente simili, con strofe, ritornelli, qualche assolo e break, desiderando essere immediati e di facile comprensione. Tutto, in effetti, torna, e l’ammorbidimento del sound va di pari passo anche con lo stile efficace e conciso che A Sense of Purpose deve avere, un lavoro che più che mai volge alle “masse”, laddove ancora i nostri non siano riusciti a giungere.
In tutto ciò, però, ci può ancora scappare qualche soddisfazione dato che gli In Flames sanno ancora creare una buona musica, divertente e non banalissima come si potrebbe facilmente pensare. Certo, per chi sono morti tanti anni fa è inutile continuare a leggere la recensione d’un disco segnato in partenza (perché purtroppo è così), ma a tutti gli altri credo sarà piacevole notare come - seppur risulti tutto fuorché epocale - questi svedesi abbiano ancora qualcosa da dire. Ne è la prova anche The Chones Pessimist, brano di oltre 8 minuti dove i nostri tentano la via d’una specie di lenta traccia che sale d’intensità fino alla sua chiusura, dove un magistrale Anders tesse una linea vocale da pelle d’oca.
Fortunatamente, non è la sola a meritare: l’iniziale The Mirror’s Truth è un brano energico, con un buon ritornello e delle belle linee melodiche, sicuramente una degna opener che rispecchia lo stile dell'intero disco. Delight and Angers è un gran pezzo mid-tempo e la successiva Move Through Me, restando piuttosto calma, diventa più energica nascondendo raffinate linee melodiche. Condemned è forse la più riuscita, con ottimi riffs ed un trascinante ritornello veloce (forse il migliore del disco). Chiude March to the Shore, ottimo brano tirato in pieno stile swedish e con il consueto ritornello melodico accattivante, che onestamentemi ha dato il sapore di guardarsi indietro ai fasti di Clayman.
Non mancano i momenti di stanca purtroppo, che non sono altro che partiture più o meno uguali solo che meno riuscite, come Alias (forse la peggiore) e Drenched in Fear, banali ed innocue.
Dunque, tirando le somme, cosa ci resta finito il disco? Per alcuni sicuramente un gran sonno, per altri rabbia (ebbene si), noia, delusione, indifferenza, ma per quella fetta più tollerante e magari maggiormente portata a sonorità più “soft”, e tralasciando il discorso “tradimento” da parte degli In Flames alla musica che li ha resi grandi, forse (e sottolineo il “forse”) potranno trovare qualcosa - e anche più - di soddisfacente negli Infiammati del 2008.
Non date per scontato il fatto che faccia schifo dato che, se avete conosciuto il genio di questi ragazzi per tanti anni, può sempre succedere che questo, anche solo in parte, riaffiori.
Non andate sicuri, se non ci sono certezze.
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