Si apre con "RNA The Triumvirate", uno strumentale molto vicino alla goa music di Bill Laswell; prosegue con "Nihilistik", song devastante nella quale riff epici in odore di Satyricon si ibridano con martellanti sonorità elettroniche che rasentano la techno, per un mix finale che non può non ricordare quanto fatto dagli Aborym, specie nel loro ultimo disco: drum machine, voce glaciale e sintetizzatore usato senza ritegno. Il successivo "Diable Deluxe vs. Gaz Inchristique" si basa su di una ritmica terremotante della drum machine, come solo nelle composizioni dei Mysticum mi è capitato di udire, sulla quale si stagliano ricordi emperoriani da parte delle chitarre. Senza continuare in una track by track noiosissima, si evince subito da queste poche righe che il debutto su lunga distanza dei foggiani Impure Domain, dopo due demo, è un amalgama fonico nel quale si scontrano e si combinano soluzioni sonore affatto divergenti: ovvero stilemi di chiara matrice black metal, attinti direttamente dai padri norvegesi, contrapposti a parti elettroniche dal ritmo e dal groove quasi ballabili, che a volte sfociano nella techno ? trance più sfacciata, nella drum'n'bass, arrivando a lambire l'ambient music più ieratica ed astratta. Nelle 14 tracce dell'album, infatti, sono presenti anche composizioni puramente sintetiche, come la freddissima "Visionoir ov the Grotesque", in cui un ritmo incessante di drum'n'bass supporta volute sonore spaziali, mentre altre traggono linfa vitale dalla compresenza di blast beat forsennati, riff al fulmicotone e scansione ritmica da dance floor: basta ascoltare la bellissima "Biotech 8" per rendersene conto. Questa loro concezione "futuristica" del black non costituisce certamente una novità: gruppi come i già citati Aborym e Mysticum, più altri innumerevoli sperimentatori del calibro di Diabolicum, Dodheimsgard, Axis Of Perdition e i Frost inglesi, solo per citarne alcuni, hanno cercato e cercano tuttora di rinnovare questo genere musicale, utilizzando tutti i possibili ritrovati che le più disparate correnti della musica "tecnologica" mettono a loro disposizione. Però il caso degli Impure Domain risulta diverso rispetto a tutti i suoi predecessori, o perlomeno presenta caratteristiche peculiari che ne delineano chiaramente la forte personalità: mentre quasi tutte le band sopraccitate, con la parziale eccezione dei Mysticum, si servono della componente elettronica per ottenere una musica il più delle volte complessa e arzigogolata, nella quale le due componenti umana e sintetica si fondono in affreschi sonori di difficile assimilazione, al contrario il quartetto italiano sembra quasi che voglia tenere distinte dette componenti, per operare un processo di sovrapposizione piuttosto che di compenetrazione. Sembrerebbe un azzardo, ma il risultato finale testimonia che questa loro scelta vince e convince, poiché così facendo le bordate metal e le sonorità più sbilanciate verso la techno non perdono un'oncia della loro aggressività e risultano terribilmente dirette e "in your face", creando un muro di suono di livida e asettica violenza, perfettamente a fuoco in ogni sua componente. In poche e semplici parole, un gran disco d'esordio, capace inoltre di rappresentare a meraviglia quegli scenari da "apocalisse prossima futura" e quel sentore di fredda spersonalizzazione robotica che il gruppo si prefigge di effettuare. In questo senso un plauso va rivolto anche ai testi, creati mediante la tecnica del cut ? up di William Burroughs, assolutamente funzionali alla musica, proprio grazie alla loro apparente mancanza di nessi logici.
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