Mai giudicare un libro dalla copertina… Posso affermare con piacere quanto la suddetta massima crolli completamente nel caso di questa gemma di puro, glaciale e ultrapotente Metallo Nordico. At The Heart Of Winter infatti è caratterizzato parallelamente da un magnifico artwork e da uno stupefacente insieme di songs assolutamente devastanti! L’album in questione segna un punto di svolta per la band norvegese: gravi problemi di tendinite hanno infatti costretto uno dei due membri fondatori, l’axeman Demonaz, ad abbandonare il proprio strumento lasciando al solo Abbath, cantante e bassista nonché leader del gruppo, l’onere del mantenere vivo il progetto. Questi, coadiuvato dal dotatissimo batterista Horgh, è stato in grado di comporre le musiche di questo disco che sicuramente si discosta dalle produzioni precedenti, ma che a partire proprio dalla splendida copertina, ci introduce in un’atmosfera assolutamente unica, presentandosi come una delle migliori produzioni Black Metal di sempre. Demonaz pur non partecipando alle registrazioni a livello strumentale, ha preso parte all’album scrivendo interamente i testi, mentre Abbath ha ricoperto in maniera eccellente il posto vacante di chitarrista. L’opener del disco è Whitstand The Fall Of Time e fin da subito si nota una chiara virata verso sonorità più Thrash Metal, che si fondono perfettamente col sound glaciale della band. La canzone dà una chiara idea del livello di potenza che può raggiungere il combo e rimanendo comunque orecchiabile riesce ad essere completamente distruttiva grazie a riffs azzeccati e al drumming nucleare di Horgh. La seconda traccia, Solarfall, non cala di un briciolo la potenza ed al particolarissimo screaming di Abbath si fondono riffs di intensa drammaticità e tensione intervallati da arpeggi assolutamente indovinati. La potenza dei due brani precedenti ne ha portato spesso all’inserimento nelle set lists live della band. Giungiamo ora a Tragedies Blow At Horizon, pezzo che alterna momenti tiratissimi ad alcuni stacchi più atmosferici. Da segnalare il riff portante, assolutamente da headbanging! Un thrashissimo giro di chitarra ci introduce alla quarta traccia, Where Dark and Light Don’t Differ, altro distillato di distruttività nordica. L’incredibile violenza dell’album viene però interrotta alla traccia numero 5, dove synth e chitarre pulite compongono una melodia soffusa eppure epica accompagnata dal suono del vento in lontananza. Veniamo trasportati in un reame distante, desolato, composto da ghiaccio e roccia, dove l’inverno regna incontrastato e tutto pare immobile da millenni. Solamente due corvi volano nel cielo glaciale, sembrano essersi librati in volo da un tetro maniero emerso dai ghiacci perenni, ricettacolo di arcani segreti, impregnato di un’aura oscura che sorge maestoso nella valle congelata. Chi conosce il gruppo sa dove ci troviamo, nel Blashyrkh, regno del mitico Dio Corvo. Questo breve momento di attesa rappresenta tuttavia la classica quiete che precede la tempesta, infatti la melodia, che lentamente acquista più tensione ed epicità viene letteralmente frantumata da un riff distorto e massiccio che arriva improvviso e potente come uno pugno in bocca a riportarci alla realtà. La titletrack, una delle migliori canzoni scritte dagli Immortal, è un connubio perfetto tra potenza e melodia ed è in assoluto uno dei pezzi più amati dai fans della band, per questo ha ormai un posto fisso nelle setlist dei concerti. Il disco temina con un’altra song d’impatto, Years Of Silent Sorrow, dove Abbath e Horg iniettano tutta la potenza rimastagli. Concludendo, questo At The Heart Of Winter è un disco che non dovrebbe mancare nella collezione di ogni cultore della musica estrema, e non solo, Abbath infatti ha saputo improntare il suo stile chitarristico alla band, dando nuova linfa alle composizioni. Alla fine dell’ascolto consiglio di recarsi ad acquistare un tubetto di Fastum Gel per lenire le ferite che il suddetto album causerà alla vostra cervicale a causa dell’eccessivo headbanging. Per chi non possiede ancora questo capolavoro consiglio invece di correre dal rivenditore di fiducia per poi recarsi diritti al Cuore dell’Inverno.
Il ritornello di Where Dark and Light Don't Differ è uno dei miei preferiti in assoluto.
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