Sette anni, (mese più, mese meno) è il tempo intercorso fra "Sons Of Northern Darkness" e "All Shall Fall". Si può dire che gli Immortal si siano eclissati nel momento di maggiore successo, cosa quantomeno strana, soprattutto se sei su Nuclear Blast e un certo ritorno economico nel produrre musica lo hai qualunque forma essa abbia.
Ciò poteva fare presagire soltanto un continuum e a conti fatti così è. "All Shall Fall" è una via di mezzo fra l'ormai penultimo album e "At The Heart Of Winter", disco che ha spaccato la loro carriera.
Chi si aspettava un ritorno ad una vecchia era riponga subito le speranze, Abbath e compagnia hanno deciso di proseguire con quella vena epicheggiante, heavy, dai contorni "freschi" e dal risultato vincente assicurato (perchè per quanti detrattori ci potranno essere i sostenitori saranno sempre la maggioranza e in aumento).
Il disco in sè non è male, ma il primo ascolto basta per capire che si tratta del lavoro più debole della loro discografia, nonostante più ascolti lo facciano salire di gradimento.
La title-track apre le danze e ci riporta esattamente dove eravamo rimasti, fra sfuriate, arpeggi e momenti epici. Insomma la salsa Immortal è servita sempre dignitosamente, per un brano che tirando le somme va sul podio di questo "All Shall Fall". Gli scricchiolii tuttavia arrivano subito: The Rise Of Darkness e Hordes To War rasentano la sufficienza e mostrano la ruggine formatasi in tutti questi anni. Norden Of Fire tira su le quotazioni con una strofa portante vincente, per un brano in medio tempo dalle forte tinte epiche. Nonostante il materiale non sia dei più belli ci si scopre in qualche modo contenti di riascoltare nuove note firmate Immortal, nuove (o fotocopiate) gracchi ate alla Abbath e relativi testi omologhi ai precedenti. In fondo questo sono gli Immortal, anche se un bel pò ingrigiti.
Arctic Swarm e Mount North proseguono l'ascolto senza stupire troppo, seguiti dalla vera gemma che prende il nome di Unearthly Kingdom e che va a fare compagnia ai brani più epici del gruppo norvegese. Nella sua ripartenza si avverte l'unica scintilla che un tempo facevano scattare più spesso, un gradito momento che comunque non salva il giudizio su un disco che si attesta su una piena e forse nostalgica sufficienza. Due brani su sette non possono determinare altro risultato.
La produzione questa volta è suddivisa fra Grieghallen e Abyss Studio, ma all'orecchio arriva chiaro solo il marchio dei secondi (non che a me dispiaccia, essendone un estimatore).
Beh, si è capito chi deve comprare il disco no?
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