Ma siamo sicuri che droga e alcool facciano veramente così male? Perché il fatto che uno come Matt Pike, la mente affumicata dietro Dragonaut e Jerusalem, non riesca a far uscire un disco senza far gridare al mezzo capolavoro qualche dubbio lo fa venire. Non per nulla Snake for the Divine è un pachiderma metal, creatura gargantuesca composta da riff spietati, ritmiche terremotanti e vocals al vetriolo. Un incesto stonato tra Celtic Frost, Motorhead e Cathedral. Oppure vedetelo semplicemente come il disco più feroce, immediato, rozzo, volgare e urlato degli High on Fire. Basta l’apertura affidata alla title track per spazzare in un colpo solo gli ultimi Slayer, Metallica e tutta la marmaglia deathcore e post thrash delle ultime stagioni. Rispetto alle precedenti sortite del combo ci allontaniamo da lidi stoner e ci avviciniamo maggiormente ai mai troppo lodati Lair of the Minotaur, andando a privilegiare una fisicità e un tipo di violenza più concreti di qualsiasi bordata a base di compressioni e trigger. La grandezza di Pike sta tutta qui. Nell’ostinarsi a voler dare ancora valore a chitarre grasse e slabbrate, a una sezione ritmica raffinata come un rutto in una sala da te, a urla di carta vetrata e catrame. E a copertine sempre più eccessivamente metal. Non potete chiedere di più.
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