High on Fire / “Death Is This Communion”

Death Is This Communion

High on Fire

Death Is This Communion

Relapse Records, 2007

Voto: 10/10

Immaginatevi una jam segreta tra vecchi guru come Lemmy, Hanneman, Iommy e Cronos… Immaginata? Bene… tutti quanti assieme questi giganti non potrebbero nemmeno sfìorare il risultato di questo disco. Avrebbero due vocalist entrambi bassisti ma mancherebbe loro un batterista, magari uno come Des Kensel (certi batteristi sono oggi i primi Homo Super Sapiens). Più di tutto mancherebbe loro la straordinaria e invidiabile sintesi che gli High on Fire qui hanno creato a partire dal proprio background di band del Duemila. “Old school real metal”, se lo definiscono loro, con la boria di chi è fin troppo sicuro del rischio che corre. E non si preoccupa, anzi ne va fiero. Tra le nutrite schiere del post metal americano, più di tutti, gli High on Fire, marchiano la propria debordante proposta con l’indelebile fuoco del vecchio hard ‘n’ heavy, ravvivandolo, in modo del tutto peculiare, alla luce delle matrici “psych” e “core” connaturate alle esperienze contigue e pregresse dei singoli componenti (i blues-core Zeke, gli stoner-doom Sleep).
Niente più resoconti dalle zone più impervie e criptiche dei reami doom, nei trip psicotropi di Matt Pike. Oggi il gigante è solito addentrarsi in scenari foschi, carichi del livore e della distruzione protratti da una progenie spaventosa, trasfigurando su un piano mitico, in maniera neanche troppo velata, la realtà. “Death is This Communion”,recita il titolo, come un avvertimento che arriva troppo tardi. Un monito sotto cui il power trio (sono solo tre gli HOF, coadiuvati dall’insospettabile producer Jack Endino), corregge il tiro thrash-rock del penultimo lavoro e realizza estatici canti di guerra, condotti dal violento abuso di un chitarrismo crudo e roccioso, che trascende ogni accezione di virtuosismo o minimalismo, concretizzandosi come semplicemente unico. Riff su riff vomitati ed ammassati in brucianti stratificazioni hard, scagliati in vortici sonici di veemenza sbalorditiva (titoli come “Fury Whip” e “Rumors of War” non ti lasciano speranze). Drumming complesso ma assolutamente caustico ed istintivo, traboccante furia ancestrale. Come i feroci vocalizzi di Pike. Quelli del death li osservano preoccupati. Questa è tecnica asservita al massacro. Le esotiche ingemmature etno di “Waste of Tiamat” e “Khandars Wall”, a suon di acustica “dodici corde”, e il ritualismo percussivo che esplode e cresce in “Headhunter” non valgono tanto a concedere respiro, semmai rimarcano la natura fieramente barbarica di una band più unica che rara. Band dell’anno, disco dell’anno. Tra i pilasti del decennio. Alzati Fuoco!
Ancora una cosa: viene da ridere se si pensa come l’attributo “power” serva oggi a caratterizzare certe altre band …

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