Approdo alla casa madre della propria nazione per il quarto disco degli Hellsaw. La Napalm Records si ricorda di quando un tempo spalleggiava caparbiamente l'ottimo black metal della propria terra e da un importante occasione a questa formazione che la ripaga decisamente a dovere.
Trist è un disco ben pensato, sottile nei suoni, aspro nel cantato e sufficientemente vario (e melodico) per catturare quanti più ascoltatori possibile. Ma queste parole non devono far pensare ad un prodotto sfacciatamente "easy", gli Hellsaw fanno qui e li il verso agli Immortal ma non tralasciano ampie dosi del fare svedese ed ovviamente della propria terra. E' proprio quest'ultimo risvolto a dare loro uno speciale tocco personale (come quasi cosa che esce dall'Austria, soprattutto per me), che agisce sicuramente a fin di bene ed azzera di fatto le somiglianze più comuni che vengono subito in mente dopo un rapido ascolto.
La tracklist è diluita molto bene e ogni brano è sempre pronto a graffiare ma "con guanti di velluto", armonie e "contromelodie" arrivano decise per squarciare i diversi momenti che si andranno a fronteggiare continuamente nel corso di questi tre quarti d'ora. Un tempo che scorre veloce, un tempo che scorre fra continua ibernazione e brevi schiarimenti "solari". Trist rimane cosa fondamentalmente underground, diciamo che la voglia di uscire dal sicuro selciato del semi-anonimato è ancora presente e a poco potranno fare promozione e vaghi intenti melodici. Vedo questo disco come ideale prova di maturità, una maturità sana che su queste basi potrà dire la sua in maniera interessante ancora a lungo.
L'opener The Devil Is Calling My Name acceca con la sua furia diabolica mentre Sorrow Is Horror si riconcilia ad un riffing più elaborato e vario, di sicuro uno dei pezzi preferiti di Trist. La terza Doom Pervades My Nightmares è un traccia melodica, graffiante e di presa, difficile uscire dal tunnel formato dalle gelide chitarre e dal refrain scandito da una mortifera nenia. Ariosa ed "easy" è invece The Forerunner of the Apocalypse, episodio dalla ingente carica armonica e vagamente "roll". Death Bells sposta l'ascoltatore in piena "cerimonia satanica" e lo ammorba con rullate ben scandite e chitarre "paludose" mentre la title track ipnotizza e apre ad immagini di scenari naturali ed incontaminati. A Winter Cold riporta la tormenta e si lascia andare anche ad un vago spirito epico, Beldam.1450 continua il disco in completa sicurezza e Silence lo chiude straordinariamente bene grazie a strofe intense e un riffing altamente emozionante.
Trist riesce ad essere mutevole e vario uscendo poco dal seminato, album di una bellezza concreta che si meriterebbe appieno anche un sette e mezzo.
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