Una lunga attesa non sempre porta ad avere il massimo della soddisfazione nel momento in cui si ottiene qualcosa. Dopo mesi di cronache dal tribunale circa i diritti su un nome che per molti rappresenta la storia e lo spirito di un genere, i "true" Gorgoroth dello storico mastermind Infernus tornano con un album che tradisce l'intenzione di proseguire sulla strada abbandonata tempo addietro a favore di sonorità sempre oscure, ma più accessibili e meno alienanti di capolavori quali "Under the sign of hell" e "Destroyer", col risultato di pubblicare un lavoro posticcio, poco credibile e decisamente distante dagli standard imposti dai due citati lavori del passato glorioso della formazione di Bergen. Una line-up che include membri di quel periodo, Pest e Tormentor, non è sufficiente a far riemergere dal fango una band che presenta, anche in questa veste, musica stantia e soluzioni banali e scontate, troppo spesso lontane dal suono nero cui i fan di vecchia data erano legati. "Quantos Possunt ad Satanitatem Trahunt" potrebbe esser stato tranquillamente composto da una qualsiasi band capace di tenere in mano i propri strumenti, ma priva di personalità: ed è proprio questa a mancare nei solchi dell'ultimo lavoro di una band che potrebbe, e dovrebbe, dare di più, sia in termini di songwriting che di produzione, qui davvero priva della profondità indispensabile per una black metal band. Solo nella seconda traccia, "Prayer", i nostri si riappropriano di quelle sonorità che li resero davvero unici, risultando però molto più vicini ad una tribute band dei Gorgoroth che ai creatori di uno dei suoni più neri e ed arroganti della corrente norvegese degli anni '90. Per il sottoscritto, il canto del cigno di un pezzo di storia della musica e un pezzo di vita.
Ergo Aneuthanasia, Rebirth e Satan-Prometheus sul resto con una predilizione particolare per l'ultima citata.
Per inserire un commento devi essere registrato.
Clicca qui per registrarti oppure effettua il login.