Nota introduttiva: evitate di leggere questa recensione con malizia, sarebbe davvero inutile e inappropriato. In ogni caso, se dovete proprio farlo, ascoltatevi prima il disco.
Un doppio debutto quello di questa recensione: non solo la band, ma anche l’etichetta si affaccia per la prima volta nel panorama musicale. La To React Records, label aquilana, vede nell’uscita del quintetto milanese la sua prima release, mettendo su piazza un disco che traspira assoluta professionalità propria di chi le cose le fa con passione e serietà pur essendo magari all’inizio del proprio cammino. Words sto End, infatti, nella sua pregevole confezione sfoggia un artwork bellissimo fatto da sua santità Travis Smith (Katatonia, Opeth, e mille mila altri gruppi), una produzione al top per competere sul mercato mondiale e le idee di chi sa quello che vuole e come deve realizzarlo. I nostri, comunque, non sono completamente nuovi nel mondo della musica: un Promo del 2008 seguito da varie apparizioni d’una certa importanza in sede live a fianco di Misery Index, All Shall Perish, Rotter Sound ed altri. Solo con questo nuovo disco però si può parlare di assoluto debutto sul mercato “grosso”, e sicuramente la presentazione, come detto, è delle migliori.
I Forgotten Tears si presentano bene, ma cosa suonano? Il loro stile è un’esplosiva miscela di Melodic Death Metal di cara scuola svedese fusa con il moderno suono americano di band quali Unearth e Darkest Hour, unione non di certo originale ma decisamente valida da sentire, constatando come qui si estrapoli il meglio da entrambe le parti, senza scadere in soluzioni troppo scontate ne in riff fotocopiati (molto semplice in questi ambiti); certamente non s’inventa nulla, ma ascoltando questo lotto di canzoni si può percepire chiaramente come l’ispirazione prevalga sull’originalità, complice una produzione (prodotta dal gruppo, mixata da Simone Mularoni dei DGM e masterizzata da Alessandro Vanara) valorizzante il lato più aggressivo della band, ottima nel non appesantire e scurire eccessivamente le frequenze mantenendole luminose, violente e dirette. La preparazione tecnica dei ragazzi è, neanche a dirlo, di tutto rispetto (ormai ci si stupisce del contrario), ed anche la prova della voce (tipicamente Metalcore) riesce ad essere potente e trascinante, acuta nel creare trame che si stampano in testa senza difficoltà (cosa purtroppo, questa, che molte volte viene lasciata al caso dai cantanti).
I 10 brani, come dicevamo, prendono il meglio delle 2 scuole riuscendo a fonderle con caparbietà e sicurezza, a volte prediligendo soluzioni d’una scuola piuttosto che l’altra ma mantenendo una costante maneggevolezza dei brani, cercando di proporre su ogni singola canzone qualcosa di marcatamente diverso dalle altre. Avremo dunque una micidiale apertura come la title track, non a caso posta in apertura, brano che riassume bene il sodalizio Usa/Svezia: attacco svedese, uso di blast beat che sfociano in un chorus di puro impatto scenico continuando con un post chorus molto ritmico, risultando così uno dei brani più completi del disco. Si procede con Inner Memories, che trova la sua forza nelle ritmiche e nel groove, mentre Truth Is For Sale riaccelera con intrecci di chitarre davvero ottimi, staccando poi con qualche breakdown che aiuta la dinamicità del brano. Frail Reality mantiene alta la velocità con qualche accenno solistico della chitarra davvero gradito, inserendo poi delle ottime clean vocals (di Enrico “Ukka” Longhin, Bleed In Vain e The Moor). Si passa poi per il breve intermezzo di Reflection che ci addentra in Resistance, la quasi “ballad” del disco, potremo definirla; certamente la sua prima parte è tutto fuorché una ballad, con cambi di tempo continui e taglienti, ma è nella seconda metà che avremo un crescendo molto epico ed emozionale, con una grande prova ancora della voce pulita (del chitarrista Paolo Beretta) in duetto con l’aspro tono di Faust, prendendo il meglio delle soluzioni melodiche americane senza scadere in motivi troppo leziosi. My Fault riporta la questione su toni aggressivi e in un continuo mutare di tempistiche, per poi finire in un breakdown spacca collo che facilmente farà molti danni in sede live. Arriva, poi, Still Nothing Inside, la canzone più catchy, semplice e d’impatto, con un chorus immediatamente assimilabile su una base più che mai attenta ad una melodia a presa rapida ed a pregevoli assoli sul finale. Il disco va verso il suo finire con Thoughts Killed My Sleep, altro ottimo brano, carico, dinamico, dalle melodie nascoste e – ancora una volta - dagli inserimenti di voci pulite (di Paolo Colavolpe dei Destrage), questa volta però dal sapore “Soilworkiano”, tributandoli anche con qualche inserimento elettronico. The Final 24 invece non tributa melodie ma un groove assassino, concentrando la propria forza trainante in ritmiche spesse come mattoni, un brano dalla formula semplice ma concreta ed attenta al chorus d’impatto, il tutto poi concluso dalla strumentale Eye, che con accenni acustici e qualche tastiera nascosta dietro alle spesse distorsioni finisce questo Words To End.
Una gran bella prova per questi ragazzi, che in un genere ormai difficile come quello qui suonato riescono ancora comunque ad avere impatto, riff curati e soluzioni che cercano di differenziarsi traccia per traccia, evitando così di sentire un “blocco unico” che magari tenderebbe più a tediare l’ascolto. Un plauso va fatto anche singolarmente ad ogni personaggio coinvolto nella realizzazione del disco (dagli ottimi riff di chitarra, alla possente sezione ritmica e non ultima alla voce, simile a molte altre ma efficace sia come espressività che coinvolgimento), dimostrando che, seppur giovani, i nostri sanno quello che fanno sotto ogni aspetto. Certamente si può ancora migliorare, introducendo magari qualche parte più personale ed evitando magari certi momenti maggiormente sentiti, ma nel complesso non si può che fare un plauso a questo Words To End, un prodotto che a tutte le carte in regola per portare il nome dei Forgotten Tears nel circuito “che conta”.
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