Enslaved / “Ruun”

Ruun

Enslaved

Ruun

Tabu records, 2006

Voto: 9/10

Enslaved, ovvero come progredire musicalmente rimanendo estremi, senza sbagliare un colpo (o quasi). Od anche: come unire la musica progressiva a quella estrema per sfornare un capolavoro (o più d'uno).
Se il precedente "Isa" inseriva elementi di avanguardia in una solida base black metal (ok, come non detto, lo chiamo "viking metal" altrimenti i puristi si incazzano, ma fatto sta che dal punto di vista prettamente musicale quello è, e non altro). ...si diceva, se "Isa" è stato un album di riuscitissima innovazione in ambito estremo, questo "Ruun" lo è ancora di più.
Più innovativo o più riuscito? Diciamo, quasi entrambi.
Sicuramente più innovativo, nella precisa accezione di "più progressive"; e qui non intendo certo riferirmi al mero sfoggio tecnico tipico del prog-metal anni '90, bensì a quella avanguardia delicata e psichedelica che ha contraddistinto molti gruppi prog-rock dagli anni '70 in poi. Caratteristica, questa, che risulta in tal' ultima opera ancora più amplificata. Forse non precisamente più riuscito di "Isa", questo "Ruun" soffre un po' della grandezza del suo predecessore, meritandosi però ugualmente il titolo di capolavoro (direi, a pari merito).
Perchè? Beh, primo perchè il livello di maturazione compositiva dei cinque norvegesi si è oramai assestato a livelli di assoluta eccellenza: persino le parti più semplici e ripetitive, che ad un primo ascolto possono sembrare prolisse, nascondono al loro interno particolari davvero pregevoli, dinamiche curate, tempistiche inusuali, effettistiche mai banali. Secondo, per la produzione e la cura dei suoni. Un amante del black metal come il sottoscritto potrebbe preferire il sound più freddo ed asettico di "Isa", ma non si può negare che il lavoro svolto su "Ruun" per rendere al meglio ogni singolo strumento sia encomiabile: le chitarre hanno un groove, un calore ed una pienezza fantastici, la batteria risulta meno ruvida, meglio amalgamata, grazie ad un'impostazione dei suoni rivolta all' esaltazione dei toni bassi e del tocco. Terzo, perchè le canzoni sono ottime, e direi che è la cosa più importante. "Entroper" apre le danze puntando sulla melodia e sull' orecchiabilità, ma ben presto si lancia in strofe dai riff inconsueti e dall'atmosfera oppressiva, per poi concludere con una maestosa apertura che mi ha ricordato l' opener di "Eld". La seconda traccia, "Path to Vanir", è un fottuto gioiello. Riesce a far coesistere un break à la Pink Floyd e la psichedelìa dell'hammond con un riff portante che è la quintessenza del black metal (musicalmente s'intende, e lo ripeto: i nostri non hanno mai avuto come ispirazione lirica il buon Dimonio). Evocativa. Seguono il groove di "Fusion of Sense and Earth", laddove geniale è l' intreccio di tastiera, e la titletrack, debitrice ora ai Tool più ispirati, ora alla tradizione musicale estrema norvegese, ora alle melodie degli Alice In Chains. Segnalo anche "Essence", da cui sarà tratto un video, e "Heir to the Cosmic Seed", sicuramente le più "vichinghe" del lotto, in contrasto con tracce più prog e contorte come "Api-vat".
È un album, "Ruun", che può essere snobbato solo a causa di un numero troppo esiguo di ascolti. Solo l'ascoltatore impaziente e distratto non concederà a questo capolavoro la dovuta attenzione. Quest'opera ha in comune con la precedente la caratteristica di crescere col tempo: ma ci vuole pazienza, orecchio, e possibilmente tanta droga.

Sinteticamente: Dopo il decimo ascolto consecutivo, succhiereste cazzi per ascoltarlo ancora.

Commenti
Grinder76
Grinder76 ha scritto 2 anni fa:
Ancora rido per il giudizio sintetico, meno male che sei DarksomePoet :)
Cmq hai ragione su tutto, chiamarlo capolavoro è quasi riduttivo.
Con le sigarette dell'Ikea poi l'ascolto è fantastico!

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