Tornano gli ucraini Drudkh dopo solo un anno dal precedente Microcosmos, primo disco sotto la bandiera della Season of Mist, che a quanto pare crede nella proposta di Saenko e soci viste anche le ottime recensioni ottenute da quest’ultimo.
Partiamo subito chiari: lo stile è sempre il loro, semplice e chiaro, sognante e dilatato, cadenzato e ormai privo di ferocia. Da Microcosmos s’era intuita un’ evoluzione, una voglia di “andare avanti” dopo una serie di dischi piuttosto simili, un tentativo di rinnovo (si voglia anche per la nuova etichetta?) che qui procede, smussando certe cose, mantenendone altre. Esternamente sembra tutto simile: Intro più outro corti, e blocco centrale con canzoni lunghe (media 10 minuti), ma lo stile è sensibilmente diverso, con un basso meglio inquadrato rispetto al predecessore, e certamente bello presente nelle partiture senza limitarsi a seguire le linee chitarristiche. Il sound di quest’ultima è molto curato, talvolta più sottile e poco distorto, altre dove riveste i panni del buon sound Black aggressivo, il tutto dosato secondo l’economia delle parti.
In questi lunghi viaggi quali sono le canzoni, volte ad evocare grandi pensieri lontani, troviamo fraseggi dai riff semplici ma intenti a non suonare banali implementando un modo di comporre un poco differente, cercando anche una struttura dove diverse parti coesistono e si leghino insieme a formare queste lunghe opere. Il modo di suonare dei leggendari Forgotten Legends e Autumn Aurora è, com’è giusto, evoluto in qualcosa che lo ricordi senza però seguirlo, e i Drudkh hanno perfettamente intuito come riuscirci, andando si avanti ma restando fortemente legati alle proprie radici, cosa fondamentalmente per questi ucraini.
Un grande pezzo come Downfall of the Epoch è la prova di come si possa realizzare un brano lungo, strutturato in parti ben distinte tra loro e che riesca, senza usare arrangiamenti complessi, ad emozionare con una prima parte più sostenuta, seguita dallo stacco che riporta la calma, ed un finale tanto ridondante quanto epico e coinvolgente.
Non è semplice indovinare questi riffs , simili tra loro in superficie ma diversi nel profondo. In ogni caso anche la batteria, varia e sempre ricercata, aiuta a “smuovere” un po’ le composizioni evitando l’avvicinarsi del sentore della ripetitività.
Certamente, però, è anche altrettanto difficile realizzare un album di questo tipo senza punti di stanca. La – consueta – parte tranquilla di Towards the Light è piuttosto banale, e l’accompagnamento di basso e batteria non è molto ben congeniato; fortunatamente, riescono ad uscirne bene realizzando un buon finale.
Stessa cosa qualche riffs di The Day Will Come, chiusa troppo bruscamente e con qualche parte non perfettamente congeniata, e senz’altro l’outro Listening to the Silence non è quel che si può definire una “bellezza” data la sua poca sostanza; però, a discapito di tutto ciò, abbiamo sicuramente un album solido, compatto ed epico, che riesce nel suo intento di catturare e trasportare in posti incontaminati.
Un appunto personalissimo, che mi sentirei di fare per tutti i dischi o quasi, è il migliorare la parte solistica che imperterrita esce fuori dal mix generale, sembrando quasi posizionata sopra senza i dovuti ritocchi nell’economia del suono.
Finito il disco, ascolta e riascoltato, non si può che sorridere a questo Handful of Stars, notando una band che a quanto pare, con il fortunato binomio stretto alla Season of Mist, sta avendo una “rinascita” compositiva dopo due leggendari album all’inizio del secolo ed una successione di lavori più o meno simili che, purtroppo, nella loro sicura bontà non arrivavano alle grandi gesta d’inizio carriera.
Senz’altro Saenko è uno che ha capito cosa vuole dai Drudkh, ha una visione chiara e precisa della sua band, ed aiutato dal suo talento riesce ancora a regalarci piccole gemme di quella frangia del Black Metal che non mira a devastare il mondo in nome di Satana, ma piuttosto aiutarci a percorrerlo tra le bellezze che esso può offrire.
Se tanto mi da tanto...
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