Disease Illusion / “Backworld”

Backworld

Disease Illusion

Backworld

Ultimhate Records, 2011

Voto: 7/10

Si respira aria di Svezia in quel di Bologna. Dico questo perché, ascoltando il debutto dei nostrani Disease Illusion, il rimando al paese scandinavo è stato a dir porco immediato; per capirci, parliamo della scuola dettata da band quali Dark Tranquillty e compagnia bella. Proprio il gruppo di Stanne – quello del nuovo millennio - ci suggerisce, a livello di produzione, da chi possano aver preso i Disease Illusion. Indubbiamente, infatti, questo Backworld suona ottimamente, professionale, moderno, potente, un debutto certamente curato e voluto.

Questo lavoro appare subito molto omogeneo nel suo scorrere; brani funzionali, piacevoli, ben congegnati, e la lezione melodica proveniente da Gothenburg è recepita ed assimilata. Non cadete nell’errore di pensare, però, che i nostri siano un mero copia e incolla, non è così. Semmai è una sorta di “tributo”, fatto comunque con la propria personalità e con brani propri, non certo presi e/o concepiti su canzoni altrui. A volte, è senz’altro vero, ci sono momenti in cui mi pare di sentire i migliori Dark Tranquillity (lead di chitarra sommati alla gran voce del singer Fabio “Ferruc” Ferrari), ma senz’altro questo non vuole essere menzionato come un demerito. Un ottimo brano come Denied vi confermerà, senz’altro, quanto dico, ma non è il solo: One Last Breath (da cui è stato tratto anche un video) è senz’altro un pezzo che lascia il segno, dove traspaiono le idee che confermano come i nostri non siano dei semplici cloni di chicchessia. L’iniziale Last Murder e Predator, nella loro carica, si fanno decisamente apprezzare e una From Ashes to Dust, con uno stacco centrale pulito, ci rilassa e mostra come i nostri sappiano anche comporre parti più atmosferiche. Altri brani comunque meritano considerazione: The Truth, Everithing into Nothing , Light on this Earth, praticamente – quasi - tutti sono abbondantemente sopra la sufficienza. Ancora, tuttavia, rimane la sensazione che non vi siano veri e propri capolavori, qualcosa che affondi brutalmente, ma se non altro non troviamo neanche riempitivi o tracce scadenti. Una qualità generale (con qualcosa che spicca nel mucchio) senz’altro buona. Un plauso mi sento di farlo alla potentissima voce del singer (figlia di Stanne, il ché è tutto dire), ma anche i strumentisti vanno lodati per delle musiche sempre al posto giusto: manca solo un po’ d’esperienza e poi si potrebbe parlare davvero di album di spessore.

Sicuramente, per il futuro, ci aspettiamo un lavoro che faccia emergere la personalità a discapito delle influenze, normalissime, che solitamente ci si concede agli inizi delle proprie carriere, in questo caso marcate ma senz’altro non debilitanti al fine della buona riuscita del lavoro. Le capacità ci sono ed è fuori d’ogni discussione, quindi possiamo aspettarci decisamente grandi cose. Bravi!

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