Così è arrivato il momento della prima, parziale delusione anche da parte del geniale gruppo americano. Non uso quest'aggettivo a caso, dato che la band è stata uno dei fari del cosiddetto postcore: merito di un album assolutamente sopra le righe come "Calculating Infinity", dove gli ultimi brandelli del classico suono hardcore andavano a collidere, a scontrarsi e a polverizzarsi con ritmiche volutamente folli, tra il grind, la fusion ed il free jazz, suonate ad una velocità d'esecuzione inumana e spesso interrotte da momenti di stati quasi ambient: il tutto arrangiato e proposto con un piglio quasi "matematico": math ? core, giusto per trovare l'ennesima definizione da applicare a questi terroristi fonici. Un capolavoro imprescindibile.
Purtroppo, non così possiamo dire di "Miss Machine". I Dillinger del 2004 sono più melodici, flirtano con l'elettronica e hanno un retrogusto quasi emo. Non che ci sia per forza del male in questo, anzi la loro volontà di progredire e di modificare gli schemi compositivi che li hanno resi famosi è stimabile. Tuttavia, non così si può dire dei risultati conseguiti. Probabilmente la scelta di smussare gli angoli e di risultare maggiormente "orecchiabili" (le virgolette sono d'obbligo) è stata dettata anche dall'ingresso del nuovo singer Greg Puciato, molto bravo a passare dallo scream più violento a linee vocali maggiormente distese e cantabili. C'è da dire che questa nuova formula in alcuni frangenti funziona: non tutto è da buttare, insomma. Un pezzo come "Sunshine The Werewolf" è geniale nel suo aprirsi con il solito massacro sonoro imbevuto di urgenza hardcore e nel suo trasfigurare in un break centrale di elettronica che strizza l'occhio alle cose più riuscite dei Fantomas o dei Mr. Bunge, per poi precipitare di nuovo nella pesantezza chitarristica più spinta. "Panasonic Youth" riecheggia la furia dei loro primi tempi, aggiornata con la nuova sensibilità, volta a una maggiore attenzione alla forma canzone. Notevoli.
Peccato che i nostri vogliano strafare, riempiendo un disco di soli quaranta minuti di una mole di idee eccessiva; idee alle volte inconciliabili, antitetiche e soprattutto malamente sviluppate. Per farla breve, manca l'equilibrio compositivo, dote invero rara, ma che non difettava certo nei loro lavori precedenti, compreso il sublime EP in condivisione con Mike Patton, "Irony Is A Dead Scene". Sto parlando dei maldestri tentativi di scrivere pezzi assimilabili all'industrial metal di gente come Nine Inch Nails, Ministry più melodici o, se volete, dei Misery Loves Co di "Not Like Them": mi riferisco alle brutte "Phone Home" e "Unretrofied", quest'ultima un delirante tentativo di scrivere un pezzo quasi da classifica, privo però del mordente e dell'incisività necessaria per essere assimilato subito. Esperimenti stimolanti sulla carta, ma che messi in pratica naufragano malamente e irreparabilmente. Oppure al melange violenza ? melodia di "Setting Fire To Sleeping Giants", con un ritornello orribile che, come già detto, si ispira chiaramente all'emocore più banale e scontato. Tutti episodi, ahimè, da dimenticare.
Certo, l'abilità tecnica e la capacità di controllare le dinamiche delle loro composizioni li salva spesso in extremis, perlomeno negli esperimenti più riusciti: la sghemba e contorta "Baby's First Coffin", ricca di cambiamenti di prospettiva e giocata sull'alternanza tra vuoti e pieni, è uno di questi. Poi però ti rendi conto che le parti maggiormente indovinate del disco sono quasi tutte quelle che più ricalcano i vecchi percorsi del gruppo, e che i punti deboli del sopraccitato siano proprio riscontrabili nelle nuove prospettive che vengono tentate, spasmodicamente ricercate, ma che falliscono il loro obiettivo nella maggior parte dei casi.
Un'opera decisamente interlocutoria, si spera di transizione verso qualcosa di maggiormente compiuto e convincente. Peccato aver dovuto aspettare cinque anni per un mezzo passo falso.
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