Mettiamo le cose in chiaro: Ettore Rigotti è un grande musicista e un ancor più grande produttore. Di una professionalità e di una classe inattaccabili. Dimostrare il contrario sarebbe un’opera destinata a morire in partenza, tanto apparirebbero impervi gli specchi su cui ci si dovrebbe arrampicare. Chiarito questo arriviamo però al nocciolo della questione: per quanto dotato e talentuoso il Nostro deve lasciar camminare i milanesi Destrage con le loro gambe. Perché mentre il loro ultimo “The King is Fat’n’Old” gira a ripetizione nel lettore è impossibile non notare come siano le parti più smaccatamente ignoranti, selvagge e paracule a far decollare l’intero lavoro. Castrare l’indole rock’n’roll dei Nostri con una direzione artistica perfetta per un band di death metal melodico è un crimine e una zavorra che i ragazzi non si meritano. Tutto è troppo pulito e plasticoso per lanciare i Destrage dove meriterebbero di stare. Penso agli stessi pezzi contenuti nel disco ma prodotti dal Kurt Ballou meno estremo (non quello dei The Secret, sarebbe perfetto quello che ci ha regalato Breaking the Fourth Wall dei Beecher). Abbiamo a che fare con una band dal talento strabiliante, ma ancora incapace di non perdere di tanto in tanto la tangente. Sarebbe necessario un orecchio esterno che ne limiti gli eccessi populisti (dalle parti troppo mosce a certi riff un po’ fuori tempo massimo) e li aiuti a spingere al massimo su dinamismo, divertimento, ruffianaggine e potenza di fuoco. Ci sono frangenti sparsi per tutto il lavoro in cui si urla al miracolo, catturati in un turbinio di originalità e freschezza come non se ne sentiva da tempo. I Destrage potrebbero riuscire dove si fallisce dai tempi degli 18 Visions: creare un suono violentissimo eppure scanzonato, dove sleaze e death metal si scontrano per uscirne entrambi vincitori. E noi con loro. Quella che vediamo è una band che lascerà il segno, sebbene sia ancora tutto in divenire. Arriveranno grandi cose da questi ragazzi (ancora più grandi di quelle che ci hanno già portato), ne sono sicurissimo.
Faust mi diceva: "I Protest the Hero italiani"... eh, non c'è andato lontanissimo.
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