I Cradle sono tornati. A seguire le voci che giravano prima dell' uscita di "Damnation and a Day", questo nuovo album doveva essere super orchestrale, godere di una registrazione superba, segnare ancora un passo avanti rispetto al precedente lavoro. Niente di tutto questo... ma andiamo per gradi.
Tanto perchè ci capiamo, io sono una di quelle persone che dei Cradle of Filth ha apprezzato più che altro i primi due album (intermezzati da quello che secondo me è l' opera migliore degli inglesi, tale "Vempire"). E sono una di quelle persone che è rimasta abbastanza schifata non solo dagli ultimi lavori (il pessimo "Bitter Suites to Succubi" su tutti), ma anche dalle varie, indegne, esibizioni live della band. Si poteva dunque pensare che i Cradle sfornassero, dopo tanto tempo, un nuovo capolavoro? No di certo. Tuttavia questo album non è privo di spunti positivi, come potete notare leggendo il voto qua sopra. Tra questi aspetti, c'è da riconoscere prima di tutto che le nuove canzoni spaccano: sono molto thrash-oriented, leggermente death, per nulla black (e quando mai le song dei Cradle lo sono state? Mai, grazie al cielo!). La batteria di Erlandsson è veloce, potente, varia, finalmente degna delle doti dell' ex-At The Gates, il quale parrebbe essere entrato in sintonia con il resto della band dopo un lungo periodo di rodaggio. Inoltre, la registrazione non è super-pomposa nè impastata, e bisogna ammettere che fortunatamente i Cradle of Filth non si sono -ulteriormente- commercializzati dopo il contratto con la Sony. Ma veniamo alle note dolenti di questo album. Prima fra tutte, le orchestrazioni. OK, sono ben fatte, ottimamente arrangiate (e di certo sono frutto di qualche professionista della musica classica, non certo dei membri dei Cradle -Martin a parte-), ma possibile che non siano riusciti ad amalgamarle con le canzoni veloci? Possibile che questi gruppi strapagati, quali Cradle e Dimmu Borgir, avendo a disposizione intere orchestre, non riescano ad utilizzarle se non per gli stacchi strumentali tra i vari pezzi? Provate ad ascoltarvi "Elodia" dei Lacrimosa (dove l' orchestra è invece sfruttata in maniera divina) e capirete cosa intendo: questi gruppi non meritano archi, ottoni, pelli e immensi cori, perchè li sprecano e non li sanno utilizzare. Salvo poi abbellire i loro riff con qualche sporadica voce soprano in mezzo ad organetti campionati. Parliamo quindi della voce, che peggiora di album in album. Vi ricordate le urla laceranti di Dani in "Summer Dying Fast" o "The Principe of Evil Made Flesh"? Si sono perdute, soffocate da un lato da effettaggi e porcherie varie, e dall'altro da un decadimento vocale preventivabile nell' ugola del singer inglese. Infine le chitarre, che non sono nulla di straordinario, e basano tutta la loro efficacia sulla produzione, dato che di originale non c'è nemmeno un accordo.Ad ogni modo, nei settanta minuti abbondanti di questo "Damnation and a Day", si alternano i pezzi veri e propri con i soliti stacchi stile "colonna sonora di film Hollywoodiani". "The Promise of Fever" parte sparata, sulla scia delle vecchie "Cthulhu Dawn" o "Nocturnal Supremacy", risultando immediata e gradevole. Al contrario la traccia seguente si basa su alcuni riff di una banalità disarmante (a tratti i soliti tu-pa tu-pa di death melodico come ce ne sono a milioni). Ci si risveglia con "An Enemy Led the Tempest", "Better to Reign in Hell" (quest'ultima un po' troppo prolissa) e "Serpent Tongue", che sembra privilegiare sonorità alla Fields of the Nephilim/Sisters of Mercy. Nell' inizio di "Present From the Poison Hearted" i Cradle dimostrano quanto i cori siano sprecati in un'opera del genere, che forse risulta più grezza del previsto, quasi come se a seguito di un breve esame di coscienza i vampiri londinesi avessero voluto tornare alle origini. Niente paura: la prestazione vocale in "Doberman Pharaoh" ci conferma che sovrapporre voci filtrate e mugolii vari è più indicato che lacerarci lo stereo con dei lunghi e sani screams (e poi le chitarre qui sono uguali a "Lord Abortion"!). A questo punto il cd si fa stancante, e la blasonata "Babalon A.D." mi appare francamente una noia mortale. Bella e atmosferica invece "Mannequin", tra alti e bassi "Thank God for the Suffering", e infine ottima la penultima traccia, soprattutto per il lavoro di batteria. Infine, finalmente, il solito outro strumentale, prima di riporre il cd nella custodia e sbattere nel lettore i Diabolicum per riprendersi un attimo.
I Cradle sono tornati: "E alla grande", dirà qualcuno (magari chi li ascolta da un paio di album);
"Che palle, sempre la solita minestra", dico invece io.
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