Divenuti famosi più che altro per le partecipazioni di componenti dei Mogwai e dei Portishead, bisogna dire che nonostante la dipartita di questi ultimi dalla posizione fissa che avevano nella band i Crippled Black Phoenix godono di ottima salute. A dimostrarlo, se non fosse bastato il mastodontico The Resurrectionists/Night Raider (doppio disco uscito l’anno scorso che contiene quasi due ore di musica)giunge questo I, Vigilante che vede nuovamente Justin Greaves (ex-Electric Wizard) nelle vesti di maggior compositore, polistrumentista e sound engineer più che navigato.
Se il precedente lavoro quindi veniva additato non raramente come troppo “pieno”, questo I, Vigilante smussa gli angoli di quello che per altro era già un più che convincente stile sonoro, a cavallo tra il post rock di più raffinata fattura contaminato da sonorità sludge e folk. I, Vigilante corregge il tiro del predecessore con sei brani meravigliosamente intagliati in una struttura poderosa ma anche straordinariamente delicata e soave. Il principale merito della band, raro quanto incredibile, è di sapersi svincolare dalle sonorità che hanno reso famoso il genere e che hanno portato numerosissime band a copiare i suoi iniziatori. I CBP sono fortunatamente alieni a questo atteggiamento e riescono a sviluppare le loro canzoni in modo totalmente naturale, dimostrando anche un ottimo gusto musicale, ricercando più la bellezza delle composizioni che le strutture forzatamente stereotipali. È veramente un peccato, infatti, che questa band inglese sia così bistrattata dalla critica internazionale, che non sembra avere un occhio di riguardo per quella che invece è una delle realtà più positive del settore. E dire che i nostri sono oramai alla quarta prova in studio. Quattro dischi che, posso essere sincero, hanno testimoniato l’evoluzione esponenzialmente positiva della band e del materiale da loro concepito e suonato. Finemente cesellata, ogni composizione infatti trasposta l’ascoltatore in maestosi soundscape sonori che ricordano alla lontana quel folk apocalittico di ballate da fine del mondo che hanno saputo comporre Current 93 e Sol Invictus ma che riescono ad evitare la pecca più grossa di quella corrente che consiste nella reiterazione della stessa frase musicale ad libitum. Qui siamo innanzi a tutt’altra pasta musicale, che riesce a valorizzare ogni strumento qualsiasi tipo di mood il brano voglia affrontare. Dai lead pianistici e chitarristici orientati verso il minimalismo melodico al groove sui registri mediobassi intrapresi dalla sezione ritmica. Un gusto veramente ineccepibile che caratterizza ogni singolo secondo dei brani emerge con vigore sempre più, a mano a mano che si riascolta il disco. Brano che può fare da testimone al disco è sicuramente la seconda traccia, We Forgotten Who We Are, da inserire senza ombra di dubbio tra le più belle tracce del genere mai composte, perlomeno da qualche anno a questa parte. Forse meno sperimentale rispetto agli altri full lengh questo disco riesce probabilmente a fare breccia nel cuore di una più vasta fetta di audience ma, attenzione, senza far cadere i CBP in sonorità facili o commerciali. Il lavoro di ripulitura che ha subìto il sound infatti non va a snaturare l’anima fondamentalmente post della band che seppur con poche note riesce a sfoderare giri armonici vincenti che lasciano l’ascoltatore senza fiato, letteralmente. Il lirismo epicamente melanconico affiora in tutto il suo splendore decadente in Bastogne Blues, evidente richiamo alla cittadina belga di Bastogne, appunto, dove il contingente alleato durante la Seconda Guerra Mondiale ha sofferto il contrattacco tedesco perdendo centinaia di uomini. Ci narra proprio questo la voce registrata all’inizio del brano, appartenente ad un soldato americano che ricorda quel giorno. Racconta di come abbia dovuto uccidere un uomo in quell’inverno massacrante e di come quell’azione lo perseguiti ancora nonostante abbia più di sessant’anni: «He was like a little angel, but I still had to shoot him». Dopo il tuffo in una delle pagine più nere della storia dell’uomo, inaspettatamente i CBP tornano su registri decisamente meno pessimistici con una cover dei Journey, Of a Lifetime. Anche queste scelte stilistiche, che coprono l’intera gamma dei sentimenti umani, contribuiscono a rendere i Crippled Black Phoenix la straordinaria band che sono.
Un disco consigliatissimo che segna un importante passo nell’evoluzione stilistica di questa incredibile band.
Per inserire un commento devi essere registrato.
Clicca qui per registrarti oppure effettua il login.