Amati, odiati, idolatrati, disprezzati sotto ogni punto di vista: tante cose accomunano i Children of Bodom (da ora CoB), e tutte insieme hanno fatto sì che oggi la band capitanata da Alexi Laiho sia una delle più popolari e chiacchierate della scena Metal.
Ben 14 anni sono già passati da quanto i nostri, neanche maggiorenni, irruppero con il loro debutto, Something Wild, scuotendo innegabilmente tanti amanti di questo genere, incontrando il favore (e non) di fans che arrivavano dal Power, dall’Heavy, e da generi più estremi quali Death e Black. La loro musica era, infatti, una miscela ancora grezza ma già tremendamente convincente di tanti aspetti che, singolarmente, rendevano grandi i vari sottogeneri di cui il Metal è composto.
Negli anni, poi, tutto evolse, cambiò, forse maturò, lasciò per strada alcuni elementi e ne inglobò altri. C’è chi lì ha sempre criticati, chi li abbandonò per i cambiamenti non favorevoli, chi semplicemente constatò una parabola qualitativa in perenne discesa. Tanti, quindi, abbandonarono i finlandesi ma tanti, forse ancor di più, apprezzarono la loro evoluzione (se possiamo chiamarla così) e arrivarono, alimentando sempre più il seguito della band di Laiho, lui più di tutti sotto i riflettori.
C’è anche chi, poi, li ha sempre seguiti, magari tra alti e bassi, non apprezzandone tutte le novità e quant’altro, ma sulla carriera iniziata sotto il nome Inearthed nel 1993 ha avuto modo di constatare i progressivi sviluppi, album per album; perché, a conti fatti, la carriera dei nostri va praticamente snocciolata album per album, e anche questo Relentless Reckless Forever non vi fa eccezione. Se tralasciamo il secondo album, Hatebreeder, che fu un affinamento del debut, per 4 album i CoB hanno sempre mantenuto il loro stile mischiando, però, le carte in tavola; sfido chiunque a dire che, negli album usciti tra il 2001 e il 2008, i nostri abbiano fatto dischi uguali, certamente simili in alcune soluzioni, e infatti un grande merito di questa band è sempre stato di avere uno stile inconfondibile a prescindere, ma mai uguali l’un l’altro. Ecco quindi che anche Relentless Reckless Forever, per fortuna, presenta fin da subito una sua personalità, estrapolata da dove i nostri si erano fermati con il precedente Blooddrunk, album che più che mai faceva percepire un po’ di stanchezza in casa CoB.
Relentless Reckless Forever invece, dopo qualche ascolto, porta un po’ di buon umore a tutti quelli che ri-aspettavano i finlandesi almeno ai livelli del discreto Are You Dead Yet, l’album della fortuna per i nostri. Questo nuovo lavoro, restando sulle coordinate (di base) piuttosto graffianti e “cazzare” che avevano contraddistinto il predecessore, mischia elementi presenti in HateCrew Deathroll (soffermatevi sulla seconda traccia, Shovel Knockout) a ritmiche più compresse e thrashone presenti in Are You Dead Yet. Il richiamo al passato è dovuto molto alle tastiere di Warman, tornate dopo qualche anno di latitanza, riscoprendo certi vecchi suoni e ritrovando così certe atmosfere mai troppo dimenticate. Il lavoro delle chitarre (dal sound tagliente come l’ascia brandita dal Reaper in copertina), come sempre forza portante in casa CoB, torna a farsi più complesso, mantenendo il groove acquisito negli ultimi anni ma intensificandolo con soluzioni particolari come in Was It Worth It o tecnicamente elaborate come in Ugly. Ritroviamo anche dei buoni solismi, melodici, veloci e interessanti, piacevoli aggiunte - non forzate - alla canzone. Anche il lavoro della batteria, impreziosita dall’ottimo sound, torna a farci sentire delle belle cose senza strafare, nonché qualche potente soluzione sonora nel basso di Henka, solito perenne elemento nascosto dalle asce a più corde dei colleghi. Dietro al microfono Laiho canta con il suo solito mezzo scream, senza sorprese, donandoci una prova più che onesta.
La forza di quest’album sta nel suo insieme, un lotto di canzoni sui 4 minuti, mediamente veloci ed esplosive con qualche brano mid tempo come Roundtrip to Hell and Back, ottimamente legate tra loro e aventi fondamentalmente le stesse strutture e intenti. Non c’è, purtroppo, un ritorno ai Capolavori d’un tempo (Pussyfoot Miss Suicide è piuttosto bruttina e Northpole Throwdon, nel suo assalto, è forse una delle meno incisive), ma brani come Not My Funeral, Shovel Knockout e la title track sembrano allontanare quel preoccupante sentore che s’avvertiva in Blooddrunk, ovvero la noia sotto forma della polverosa nuvola che si depositava sui brani dopo qualche ascolto.
Non pensate neanche che i nostri qui propongano novità succulente come brani progressivi e diramazioni Ambient: nessuna sperimentazione, nessuna – vera – novità, eppure Relentless Reckless Forever non suona scontato e prevedibile perché ancora una volta i nostri hanno saputo variare quel che serviva (senza stravolgersi e questa volta in meglio) per non puzzare di già sentito, ma soprattutto, questo lavoro suona bene.
Non aspettatevi un ritorno di fuoco, sarebbe quanto mai sbagliato pensarlo, ma questo nuovo album restituisce un gruppo che sembra aver ritrovato un poco della classe che ha, innegabilmente, contraddistinto la propria carriera, componendo un lavoro ispirato, divertente, trascinante e che può tornare a illuminare (almeno in parte) i ragazzi di Epsoo.
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