La struttura delle canzoni è sempre quella: strofa, breakdown, ritornello melodico che resta in testa, breakdown, strofa, ritornello, bridge, breakdown… e via così. Niente di nuovo insomma, la solita formula tipica delle bands di Rise Records, tranne per pochi momenti di originalità sparsi qua e là nei vari brani. Il punto è che i Memphis May Fire riescono a rendere l’album interessante, bello, uno dei miei preferiti usciti in questa prima metà del 2012.
Nonostante Matty Mullins non sia la persona più originale di questo mondo nello scrivere i testi, ha una capacità vocale eccezionale (e posso permettermi di dirlo dopo averlo sentito cantare dal vivo). La sua voce, a mio avviso una delle migliori della scena metalcore, è invitante e seducente, a tratti morbida, a tratti aggressiva: passa da urli acuti ad occasionali urli bassi e gutturali che danno un tocco di oscurità ai brani; i puliti sono fluidi e non suonano mai troppo forzati o fastidiosi, come succede in molte altre bands. Sempre per restare sul tema “voce”, da notare sono i due featuring presenti nell’album: Kellin Quinn (Sleeping With Sirens) con il suo timbro acuto e femminile regala attimi di dinamicità e malinconia alla ballata “Miles away”, anche se a un primo ascolto si fa fatica a riconoscere la sua voce, mentre Danny Worsnop (Asking Alexandria) stupisce con delle clean vocals ruvide e ben fatte in “Losing sight”. Per quanto riguarda chitarre e basso, non mi sembra di sentire nulla di particolarmente originale, mentre quello che mi colpisce sono alcune parti di batteria, a tratti frenetica e a tratti più tranquilla, che completano l’album in modo egregio.
Per gli amanti del genere, “Challenger” è un album che va assolutamente ascoltato: i fans dei Memphis May Fire lo ameranno di sicuro, perché la band resta fedele al proprio stile senza però scadere nella banalità più totale; chi non li conosceva e li ascolterà per la prima volta, invece, potrà pensare di essere davanti all’ennesima minestra riscaldata della Rise Records, ma probabilmente lo apprezzerà ascoltandolo più a fondo. E’ vero, alcuni brani sembrano molto simili tra loro e non il lavoro più originale del mondo, ma è un album solido in cui si sente la passione che questi cinque ragazzi americani mettono in ogni canzone.
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