Mentre il precedente album, Misanthrope(s), si caratterizzava per il suo essere monolitico e per la sua viscosità, questo nuovo lavoro dei Celeste punta più sull'impatto, deviando il corso magmatico della band in una direzione leggermente diversa.
Intato in brani diventano più corti e la sezione ritmica è sempre più affine a un tipo di blackmetal ricollegabile al "religious" (forse grazie alla produzione), piuttosto che alle passate strutture screamo/hardcore (sempre passate al setaccio di un ottimo mixaggio); la produzione, invece, migliora costantemente senza però far perdere alla band il suo caratteristico trademark.
Aumentano i blast-beat, gli screaming di Johan non hanno nulla da invidiare a qualsiasi blackmetal band in circolazione, ne' tantomeno le chitarre soffrono di questo paragone. I riff dissonanti sul rullante velocissimo (Ces belles de rêve aux verres embués) sono sempre più insistenti rispetto al passato e pongono la band in un limbo di terra a cavallo fra metal estremo e il post-hardcore contemporaneo.
Il contrapposto uso, costante, delle parti più cadenzate e sludge (Les mains brisées comme leurs souvenirs), fanno variare l'album senza distoglierlo dal proprio opprimente contesto claustrofobico. Se le influenze "deathspelliane" si potevano intravedere precedentemente solo grazie al tipo di produzione, ora escono fuori anche grazie al songwriting: Il y a biens des porcs que ça ferait bander de t'étouffer, è legata in sottofondo da impercettibili tastiere che sembrano far provenire il brano da Kénôse, mentre En troupeau des louves en trompe l'oeil des agneaux spolvera una trama chitarristica chiaramente riconducibile al gruppo di Poitiers. In campo prettamente musicale e materiale, la novità più lampante è il brano strumentale (S), con il quale i Celeste rallentano inesorabilmente i tempi, in questo incrocio fra black e sludge che strizza un occhio sia agli Unearthly Trance, sia ai compatrioti AmenRa.
Altro capitolo degno di nota, la conclusiva De sorte que plus jamais un instant ne soit magique, nella quale si può racchiudere tutto il macrocosmo "celestiano": un costante variare fra post-core e blackmetal, fra tempi tirati e momenti dilatati, spingendosi a lungo verso il climax finale con pianoforte e sezione d'archi che farà calare il sipario a uno dei migliori dischi "estremi" dell'anno
Per inserire un commento devi essere registrato.
Clicca qui per registrarti oppure effettua il login.