Canaan / “The Unsaid Words”

The Unsaid Words

Canaan

The Unsaid Words

Eibon Records, 2006

Voto: 8/10

È bello avere in mano un album curato che ti accompagna per mano fin dalla copertina e ti porta in un mondo nuovo, qualunque mondo sia, che ti afferra e ti trasporta da qualche altra parte facendoti dimenticare tutte le cure che in quel momento ti ronzano per la testa. Questa è la grossa qualità di questo album nuovo dei Canaan, formazione oramai arrivata al quinto album e oramai una grande presenza artistica in quella che è la scena dark (concedetemi il termine) e oscura più generale e aperta del nostro Paese. Fin dalla copertina si capisce che il viaggio che si intraprende entrando nei meandri di questo lavoro non sono certo solari, ma tutt’altro, sin dalla copertina, in cui vediamo un ragazzo indifeso rannicchiato in un angolo spaesato, veniamo avvisati che la porta che si varca ascoltando questo album è quella della sofferenza, ma di una sofferenza intima, ma non per questo meno profonda. Una sofferenza fatta dei piccoli gesti della quotidianità, che spesso accumulandosi lentamente ci fanno ritrovare al di là del baratro della perdizione prima ancora di essercene accorti.
Un po’ così procede questo album, a piccoli passi, passi più intensi e sofferti e passi più delicati, ma non meno efficaci e la somma di questi piccoli passi è alla fine l’esplorazione del nostro lato più dolcemente sofferente e claustrofobico.
Le coordinate sonore di questo album sono tante e soprattutto varie e già la solita costruzione dei lavori dei Canaan, che alternano momenti “suonati” e intensi a momenti più d’atmosfera e ambientali, ci dà l’idea di quanto quest’opera non si lasci mai afferrare e catalogare con semplicità. Se pezzi come “This World of Mine” si rifanno a quella che era la scena doom/goth metal dei primi anni 90, con un retrogusto dei My Dying Bride di quel capolavoro che è stato “The Angel and the Dark River”, con le chitarre distorte e ossessive e una batteria altrettanto claustrofobica e lenta, altri momenti come “Fragment #1” ci riportano alla scena dark ambient scandinava (Cold Meat Industry su tutte le sonorità), reinterpretata con un raffinato gusto per l’equilibrio tra la melodia e i drone e noise di sottofondo. Non sono solo queste però le corde sonore mosse del quintetto italiano, la title-track ad esempio ricorda sembra un equilibrato incontro tra una sezione ritmica più tipicamente metal e una sezione melodica più orientata verso il dark rock inglese e la new wave inglese della prima metà degli anni ’80. Una nota sicuramente positiva sono i testi ben curati e assolutamente profondi che riescono, sia nell’uso dell’italiano che dell’inglese, a rendere l’idea del baratro in cui la vita quotidiana senza neanche farcene accorgere ci spinge sempre di più. L’ultima osservazione strettamente musicale la farei su “Il Rimpianto”, forse il pezzo più insolito nell’album, in cui si sentono i sapori di una new wave italiana dilatata fino ad essere impalpabile a fare da sfondo a un testo veramente intenso e disperato. Una serie di influenze mischiate assieme con assoluta maestria ed equilibrio, figlio forse di una maturità raggiunta e di un metodo compositivo, quello di costruire le canzoni non in sessioni con la band al completo ma concentrandosi su singoli strumenti iniziali per poi dare spazio a ognuno di concentrarsi sulla parte del suo strumento.
Un intenso viaggio tra le sonorità oscure di ogni genere e all’interno della parte più sofferente del nostro Io in cui i nostri musicisti mettono alla prova le nostre emozioni più intime. Un album intenso come poche ne ho sentiti ultimamente!

Sinteticamente: Un intenso viaggio nella nostra parte più disperata

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