Quest’anno Natale arriva due volte. La prima in corrispondenza dell’uscita di Snake for the Divine degli High on Fire. Album metal puro e duro, di quelli che dentro ci trovi gli ultimi trent’anni di musica. Masticati, sminuzzati e metabolizzati da tre cafoni con la passione sfrenata per volumi assurdi e suoni analogici. Poi arriva anche il nuovo disco dei Black Tusk e ci si ritrova ancora una volta a festeggiare per la troppa grazia. Si parte benissimo quando scopri che la band stessa si autodefinisce swamp metal. Chi deve capire capisce al volo, sentendosi già sotto il naso il tanfo dolciastro e nauseabondo dell’umida atmosfera palustre. Un pastone di valvole, thrash metal, stoner e derive tossiche. Come i Baroness, ma senza il loro straordinario gusto. Come i già citati High on Fire, ma allargando lo spettro di influenze. Come gli Rwake, ma con meno droga e più alcool distillato clandestinamente. Zero fumo, tutto arrosto. Fatto rosolare su di un bbq nel retro di qualche roulotte, come la più scontata tradizione white trash pare richiedere. Le derive sludge sono al minimo storico, preferendo puntare su impatto e abrasione. Il risultato potrebbe ricordare il grandioso The Ultimate Destroyer dei Lair of the Minotaur, ultimo lavoro del combo di Chicago prima del collasso creativo. Lavori capaci di restituirci a una concezione di musica estrema realmente selvaggia e incontenibile. Chiusa in un guscio di ignoranza e menefreghismo che fa di tutto per allontanare ascoltatori occasionali. I Black Tusk non sono rockstar, non necessitano dell’attenzione di nessuno. Un dito medio in faccia a eccessi patinati, ricerche d’immagine e pagliacciate per adolescenti. Barbe da clochard, sudore e Mesa Boogie a 11. Ecco cosa sono i Black Tusk.
Questo disco non è affatto male. Ma devo dire che aspetto con più trepidazione i Kylesa. E comunque il tag è veramente azzeccato: "ignoranza". Ma è quella ignoranza raffinata che piace ahah
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