Amorphis / “The Beginning Of Times”

The Beginning Of Times

Amorphis

The Beginning Of Times

Nuclear Blast , 2011

Voto: 7/10

Il ritorno, puntuale, dei finnici Amorphis era senz’altro cosa attesa da molti fans. La band di Holopainen e Koivusaari, tornata a risplendere con Eclipse (precursore d’uno stile tutt’oggi seguito) dopo due album piuttosto dubbi come Am Universum e Far From the Sun, arriva oggi non sorprendendo più: lo stile ormai è consolidato e nella sua fortuna viene proposto ancora una volta senza grossi capovolgimenti, limando piccolezze e tentando alcune soluzioni nuove. Tuttavia, quando il lettore comincerà a leggere la vostra copia, verrete inondati d’un’ora scarsa di puro Amorphis sound, atmosferico, melodico e, anche se in maniera minore rispetto al passato, mordace nelle parti dove il growl di Joutsen decide d’uscire prepotentemente.

Ben dodici canzoni (più una bonus track) accompagnano The Beginning of Times, un disco dai – soliti - temi epici finlandesi, un lavoro disegnato sul piano e le tastiere di Kallio, sui soli di Holopainen e sulla magnifica voce di Joutsen; una formula certamente già rodata e che ha trovato ampio successo per il rilancio del nome “Amorphis”, oggi perseguita ed ampliata con l’introduzione d’un pezzo come Song of the Sage, dove li troverete mai così folkeggianti ed alla riscoperta di certi lead sinth che sembrano usciti dai momenti più belli di Elegy. Seppur farcito da parti d’alto interesse, alcuni movimenti fin troppe zuccherosi però stonano in questo piccolo esperimento dalla grande bontà, rovinando così in parte quella che, sostanzialmente, è l’unica trovata veramente fresca del lotto. Il resto, senza leggerlo con un’inclinazione negativa, è quanto ormai ci hanno abituato come loro solo sanno fare: brani diretti, piuttosto semplici ma non per questo banali, dalle raffinate melodie imperanti e dalle storie sognatrici narrate dall’ugola d’oro di Joutsen.

Il solito grande album degli Amorphis insomma? Non proprio, perché si comincia a riscontrare qualche movimento un po’ stanco da parte dei nostri finlandesi preferiti, qualche canzone a vuoto: “filler”, li chiamano. Se nella prima parte del disco veniamo accolti da ottimi brani che nulla fanno rimpiangere il passato, andiamo poi riscontrando una Reformation che, seppur alla fine entri in testa grazie alla maestria dei nostri, non è di certo un brano da incorniciare, e ancor più debole è la successiva Soothsayer, che non esalta neanche nei soavi vocalizzi d’una bella voce femminile, chiamata a duettare con la voce principale. Purtroppo, poi, negli ascolti, ci si dimentica presto anche di On A Stranded Shore, e nelle conclusive Crack in a Stone e la title track non veniamo di certo accompagnati alla fine dell’album in pompa magna, ascoltando brani onesti, belli, ma niente di particolarmente interessante.
Sia chiaro: non troverete composizioni oggettivamente “brutte” in The Beginning of Times, ma dove una volta regnavano brani che, anche nel peggiore dei casi, riuscivano a restare in testa convincendo, qui troviamo qualche copia sbiadita di troppo, anche perché, di certo, non possiamo imputare agli Amorphis il pregio di avere una corposa varietà nelle proprie composizioni affidandosi, per l’appunto, ad uno stile che ha una sua forma nelle proprie strofe, nei propri chorus trascinanti, nei soli e nelle parti sognatrici affidate alle tastiere.

Ecco dunque che, nel proprio personalissimo stile (oggi portato al quarto album in fila) cominciamo a trovare un gruppo che non riesce più, nella sua totalità, ad appassionare ed a scrivere ogni singolo brano a livelli elevati, sentendo leggermente una stanchezza inevitabile, una stanchezza che sopraggiunge sempre quando si ostenta una formula troppo a lungo, sia essa meravigliosa e ben congeniata.
Certamente vale ancora la pena comprare un disco degli Amorphis al giorno d’oggi, di certo non sono soldi buttati in quanto c’è ancora la classe a sorreggere un gruppo immortale nella musica Metal, ma la stella che li faceva brillare nel firmamento oggi sembra un po’ meno splendente del solito: non basta il Kantele della title track per elevare il lavoro, non essendo da ricercare nel passato il giusto modo per non appassire sempre più in futuro.

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