Dette "Zone K", luoghi che, venendovi sepolti, permettono un ritorno dal Regno dei Morti. Questo il frutto di studi e ricerche effettuati da Paolo Zeder, archeologo apolide dei primi del '900; questa stessa scoperta, diviene erroneamente dominio di Stefano, giovane scrittore cui costerà cara la bramosia di verità. Come per "La casa dalle finestre che ridono", vale il discorso sulla singolarità degli horror firmati Avati: trame complesse che si snodano solo a film inoltrato, ingarbugliate relazioni tra i personaggi, sangue e budella in quantità non stomachevoli. Ma soprattutto, dialoghi che è necessario seguire al fine della comprensione (la distrazione non è concessa); ed una vicenda che, anche in questo caso, esula dal già sentito, dallo scontato. Ottima la regia, che in molto si avvicina alla dariargentesca: prospettiva del protagonista, camera "in corsa", e movimenti circolari all'interno delle stanze. Appropriate le musiche, opera d'un Riz Ortolani (cui si deve, tra le altre, la colonna sonora di "Cannibal holocaust"), che si rifà a tipiche atmosfere anni '70. Il film fornisce non pochi spunti di riflessione, che possono vertere sul ritrito tema dell'Aldilà e del suo relazionarsi col Mondo dei Vivi, così come sul più scientifico e specialistico del non-tempo. Resta il fatto, che non sono molti i film del genere che si prestino ad analisi post-visione, ed anche in questo caso i ringraziamenti vanno alla sceneggiatura, di derivazione Avati-Costanzo. Consigliato, benchè non manchi del sano splatter italico, ad orrorifici raffinati.
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