Summer Breeze 2005

Summer Breeze 2005

Giungiamo, dopo qualche piccola difficoltà nel trovare la strada da Heidelberg, una graziosa città nella quale la sera prima abbiamo assistito ad uno strepitoso show dei nostri connazionali Klimt 1918 e dei bravissimi tedeschi Cheeno (graziosa città che ospita nel suo castello quella che credo possa essere la botte di birra più grande del mondo, oltre 21.700 litri se non ricordo male...), in quel di Abtsgmund, nome ben più facile da scrivere che da pronunciare.

Per chi scrive è la prima volta al Summer Breeze: dopo quattro anni di W:O:A, una situazione più ristretta e decisamente rilassata è proprio quello che ci vuole per non rompere con quel complicato ed affascinante mondo degli open air visti dal backstage senza trovarsi nella catastrofe di corpi umani che un festival enorme come il Wacken impone. Il tutto è organizzato all'interno di una piccola vallata, cosa che giustifica tre giorni di fila di piogge torrenziali, discretamente attrezzata per quelle che sono le condizioni meteorologiche appena menzionate.

Due palchi che, a causa della breve distanza, alternano le formazioni "in gara" senza mai sovrapporle, rendendo godibile il festival nella sua interezza: una cosa che ho apprezzato moltissimo, anche perchè, dall'altra parte, ti consente di farti i cosiddetti "cazzi tuoi" senza dover rinunciare a vedere qualcosa che t'interessa. I suoni, ottimi nella maggior parte dei casi, hanno completato un quadro direi quasi perfetto.

Che ne dite, passiamo ai fatti?


Giovedì 18 Agosto 2005

Impious
Piuttosto che perdersi in forzati avanguardismi, col rischio di ottenere l'opposto del risultato voluto, come spesso accade nel panorama odierno, non � meglio proporre un po' di musica aggressiva, non esageratamente tecnica ma di gusto ed old-style, nel senso più genuino e godibile del termine? Bene, il thrash-death completamente in your face degli Impious la pensa esattamente come me a riguardo! I nostri salgono sul palco e senza perdere troppo tempo cominciano a smuovere un po' la massa e a far partire qualche sana spallata, cosa che sotto il sole cocente di questo Giovedì serve a ben poco, forse più utile nei successivi, freddi giorni di pioggia. Le ritmiche serrate e definite delle chitarre riportano i timpani di tutti in un passato in cui i musicisti passavano ben poco tempo a farsi seghe mentali su "come fare a rendere originale il sound della mia band?": Quel che conta qui è essere incisivi, ottenere una simbiosi completa di tutti gli strumenti che si pongono il comune obiettivo di fare male. Nel modo più tradizionale ed efficace di sempre.

Macabre
Si continua con la linea dura. Questa volta con un tradizionalismo tutto fatto in casa. Già, perchè il death metal come lo suonano i Macabre, credo lo suonino solo loro. Un gusto tutto particolare per l'horror, lontano dall'intransigenza seriosa dei Mortician che li porta ad abbracciare soluzioni, nel loro piccolo, sperimentali. Abbigliati ed inquietanti tanto quanto i peggiori serial killer americani, i nostri non solo si cimentano in nere filastrocche, ma dimostrano anche di essere dei musicisti davvero niente male! Non mancano nè la tecnica, nè la fantasia artistica, capace spesso di redifinire i canoni di quella che può essere una buona death metal song. Accolti calorosamente dal pubblico, divertito quanto basta per lasciare un po' di tristezza, e al contempo soddisfazione, nell'audience, al momento dell'abbandono del palco. Gran bel concerto che mi ha permesso di rivalutare, in positivo, una formazione che non ero riuscito ad apprezzare appieno in passati appuntamenti live.

[Una curiosità. Una domanda fatta da psicologi americani per capire se un soggetto è un potenziale serial killer oppure no: Una donna al funerale di sua madre vede un uomo del quale si innamora perdutamente. Dopo poco però lo perde di vista, senza riuscire a stabilire alcun contatto con lui per scambiarsi i numeri di telefono. Alcuni giorni dopo il fatto, la donna uccide sua sorella. Perchè? Inviate pure le risposte a hellraiser@haternal.com]

God Dethroned
Non sarà molto obiettivo nel recensire la performance degli olandesi. Onestamente, è da ormai troppo tempo che non reggo più proposte di questo genere: per carità, nulla voglio togliere alla qualità dell'esibizione del Dio Detronato (però il nome è bello, davvero!), ma i canoni sui quali la band si è fossilizzita, nonostante la carica e l'impegno elargito col cuore nel corso della performance, alla lunga finiscono col risultarmi pericolosamente noiosi. Una band che non ha intenzione di spingere oltre il proprio suono, una band che forse non dovrebbe nemmeno provare a farlo: i God Dethroned hanno ormai consolidato una reputazione ed una schiera di intransigenti fans che, su questo non c'è alcun dubbio, sanno come soddisfare.

Therion
L'ora di cena è accompagnata dalle incontenibili tessiture sinfoniche di una band che, mi spiace dirlo, in quest'occasione mi ha lasciato così così. Decisamente differente il risultato ottenuto dai Therion in questa sede rispetto a quanto da me sentito a Wacken nel 2001: un risultato che sembra però aver soddisfatto i fan più accaniti di un combo nel quale le rigide coriste, nonostante il ruolo a loro prescritto, sanno come farla da padrone. Però lo ammetto: durante l'esecuzione di "To mega therion" un po' ho goduto anch'io, come il resto del pubblico.

Amon Amarth
Mr. Egg, sempre più orgogliosi chili addosso e sempre meno birra nel corno (mhh... ora i conti tornano), sale con la sua compagnia d'armi per l'ennesima volta sul palco di un festival in terra tedesca. Diciamocelo: gli Amon Amarth con il loro sound ben rodato e consolidato non possono che essere, oggi come oggi, una band da festival (titolo che spetta solitamente a vecchi come i Motorhead, occhio...), con show che se non sono fotocopiati, poco ci manca. Una critica, ma solo in parte, perchè, capito cosa il pubblico si aspetta da una band come la loro, cambiare può essere una scommessa troppo rischiosa. Solito show, con i pro e i contro del caso: chitarre, almeno all'inizio, seppellite dal resto, batteria in particolar modo, un incedere mid tempo inarrestabile, quasi a scandire la marcia di interi eserciti, birra che copre, come previsto, il succitato Signor Egg, un entertainer davvero unico nel suo genere. Insomma, senza infamia e senza lode: posso procedere verso il Pain Stage per chiudere la giornata con gli Haggard.

Haggard
Gente che quando si sposta per suonare immagino abbia bisogno di un gran bel rimborso spese: il palco occupato in questa maniera l'ho visto solo nei concerti di classica trasmessi da RaiTre ad orari improponibili! Aldilà del genere proposto, che a tanti thrasher incalliti potr� far anche storcere il naso (beh, a tratti un po' anche me), occorre ammettere che sentire dal vivo gente che ha a che fare con strumenti classici dà una certa garanzia dal punto di vista qualitativo della performance: nonostante la proposta alla lunga possa tediare un po', i nostri hanno suonato direi divinamente, anche se la stanchezza a fine giornata del pubblico non ha loro giovato sotto il profilo di risposta dell'audience. Una buona idea proporre formazioni così, per staccare dal tradizionalismo che spesso satura questi eventi e per augurare come si deve la buona nanna a tutti i (chi più chi meno) capelloni affaticati e ubriachi. E domani ci svegliamo come dico io...


Venerdì 19 Agosto 2005

Maroon
La bocca impastata, i dolori causati dal disturbato sonno in tenda, i reumatismi, l'età che avanza: ad alleviare tutto questo ci pensano i tedeschi Maroon, che, ironia della sorte, sono in cinque (dai non fate finta di non capire, Mtv alla fine capita a tutti di guardarla...). Ammetto di essere nuovo ad esibizioni metalcore, non avendo seguito più di tanto questo trend (non facciamo gli gnorri, perchè lo è), cosa che ha fatto sì che i nostri mi lasciassero piacevolmente stupito, dall'inizio alla fine della loro esibizione. Forti di un album come "Endorsed by Hate", il quale pare aver raccolto parecchi consensi tra i fruitori della violenza, i nostri non mollano un attimo la presa, continuando a stringere le palle del pubblico fino a farlo scoppiare. Solo gli arpeggi puliti dei brani tratti dal precedente lavoro smorzano un po' l'impeto di questi incazzatissimi tedeschi, risultando però banali e fuori contesto. Meglio continuare a far male, viene meglio, e piace di più. Così imperversa fino ad esaurirsi una performance che lascia soddisfazione e tanta adrenalina in circolo, che tanti scaricheranno a breve con gli Aborted.

Aborted
Conobbi quest'attivissima ed instancabile formazione belga in occasione della pubblicazione del loro esordio, "The purity of perversion", una vera e propria dimostrazione di forza che gi� metteva in luce le potenzialità di quello che, oggi come oggi, è diventato un combo di punta nel panorama death metal internazionale. Brutal death suonato con passione, genuinità e ferocia, che pian piano è andato contaminandosi di influenze melodiche vagamente carcassiane e che, in tutta onestà, hanno reso alle mie orecchie la band un po' meno personale, prezzo da pagare per accedere al mondo del cosiddetto "mainstream". Nonostante non abbia apprezzato i più recenti sforzi di Sven e soci, devo ammettere che la professionalit� acquisita on stage (già buonissima ai tempi del secondo full) è notevolmente migliorata. I nostri si inseriscono decisamente bene in un contesto open air lontano dalle frattaglie dell'underground, avendo abbandonato le sonorità più intransigenti a favore di una proposta fruibile da un'audience più vasta. Tutti brani dall'ultimo full e dal precedente "Goremageddon", una sola escursione nel passato più radicale del gruppo con la opener del secondo "Engineering the dead". Buonissima performance, aldilà dei miei gusti, forte della tecnica e della perizia esecutiva del drummer, acquistato da quei sicari dei Warscars.

Nocte Obducta
Quante volte il buon Nihil ha tessuto le lodi di questa formazione? Diverse, mi pare. Non conoscevo la band in studio, e devo dire che da live mi ha convinto parecchio. Una formazione in grado di ripercorrere anni di propaganda nera, sfumandola con una varietà e un gusto degni di nota. Una band che sente col cuore ciò che propone sul palco: questa è la prima cosa che emerge da un'esibizione come la loro. Cosa assai rara, e di cui tener conto quando ci si trova innanzi alla scelta della band da supportare concretamente, con lo scarso potere di acquisto che abbiamo noi giovani (noi? E io che cazzo c'entro?). Ascoltare per credere.

Krisiun
Altra band da festival, assieme agli Amon Amarth. Oramai i Krisiun non hanno più nulla di nuovo da proporre sotto il profilo artistico, se non un'autentica mazzata in sede live. Lo hanno detto in Italia, a Milano, di supporto ai Behemoth: chi dice che fanno canzoni tutte uguali e pestano e basta vada a farsi fottere, loro sono qui per massacrare tutto e tutti con un po' di sano brutal death. Siamo alle solite: louder than hell, faster than 'sto cazzo. Direi che le idee su cosa offrano i Krisiun dal vivo le avete ben chiare, o no?

Die Apokaliptischen Reiter
Dopo avermi stupito nell'edizione 2001 del Wacken uscendo dopo un'intro di venti minuti da un orologio a pendolo completo di uccellino, dopo non avermi stupito affatto al No Mercy di qualche tempo dopo, i Reiter riescono a divertirmi in questo Summer Breeze 2005. Pubblicata la loro ultima folle fatica, "Samurai", quel pazzo del tastierista sale sul palco trasportato in una bara da un figuro incappucciato: dopo essere uscito dal "vestito di legno", spaesato (e con in testa l'inseparabile maschera sado-maso) comincia a correre da una parte all'altra del palco finchè non si eclissa dietro la workstation. Intervengono i suoi soci, e scoppia il delirio. Song divertenti e trascinanti, musicalmente parlando, il solito spettacolo in puro Reiter-style, questa volta forte di una scenografia che, per quanto ridicola, lascia tutti piacevolmente stupiti. Avete presente quelle giostre di gomma gonfiabili in cui i bambini si lanciano e cominciano a saltare? Ecco, immaginatela nel bel mezzo del Main Stage, ma piena di gente ubriaca che poga. Non c'è che dire, una band indubbiamente unica, e anche capace di farsi ricordare col sorriso, un circo di gran classe che sa fare delle pacchianate una vera e propria forma d'arte. Considerando il fatto che c'è chi le pacchianate le fa credendo di risultare serio, i Reiter sono da considerare dei veri e propri geni.

Behemoth
Qualcuno si offende se risparmio tempo e pixel scrivendo una cosa del tipo "vale lo stesso discorso fatto per i Krisiun"? Infatti, guarda a caso, spesso ce li troviamo in tour assieme. Attendo l'esecuzione della opener di "Satanica", poi, per me, il concerto può anche finire lì.

Dark Tranquillity
Mike Stanne e gli altri soci della premiata azienda agricola svedese seminano tristezza sul terreno fertile di un'audience calorosa. La pioggia fa il resto, nutrendola e facendola crescere. Nonostante i suoni a mio modo di sentire non spettacolari, i Dark Tranquillity hanno offerto una prova di professionalità e passione, soprattutto grazie alla presenza di un frontman che, tradendo i canoni di un genere che hanno contribuito a creare, mette nella sua prestazione un cuore e una teatralità comune a pochi. Piove, e tanto, ed è vero, la cosa rompe le palle: ma non poteva esserci cornice migliore per un concerto così.

Atrocity
Di lungocriniti ce ne sono tanti, lui lo è per antonomasia. Alex Krull è protagonista di uno show nemmeno troppo lungo come sinceramente mi aspettavo, e nonostante io non sia un fanatico della sua creatura, devo ammettere che la performance mi è risultata assai gradevole, data la scorrevolezza che non me l'ha resa tediosa. Gran finale con la cover di "Shout", trascinante e ben realizzata, impreziosita dall'apporto vocale di un'ospite tutto sommato scontata. Devo precisare che si tratta di Liv Kristin? Vabb�, ormai l'ho fatto...

Opeth
Cosa ci si può aspettare da un concerto degli Opeth se non coinvolgimento emotivo totale, tecnica ineccepibile e un modo di concepire la musica che non si pu� far altro che definire completo? I nostri, ora cinque con l'ingresso in pianta stabile di un tastierista, da sempre riescono a rappresentare ogni sfaccettature dall'animo umano attraverso la loro arte, amplificando in maniera esasperata in sede live ciò che già realizzano divinamente in studio. Motivo per il quale riescono ad essere apprezzati da un range estremamente ampio di ascoltatori (non parlo di metallari, con loro si è sempre andati oltre), tagliandosi le gambe solo con chi non soffre canzoni troppo lunghe. Aiutati dal batterista dei Bloodbath, temporaneo (speriamo!) sostituto di Martin Lopez, gli Opeth danno vita ad un show che alla fine delude per solo fatto di dover giungere, obbligatoriamente, al termine. Per il resto, godimento puro. E' indubbiamente il brano tratto dal nuovo lp a dare conferma della capacità di una band che con il mediocre "Deliverance" sembrava aver perso colpi: siamo sullo standard Opeth, nulla di sconvolgente sul piano stilistico, ma il livello sembra essere tornato a quello di lavori come "Blackwater Park", con il suo suono corposo e dinamico, col suo mood riflessivo e progressivo, violentato dall'impatto di un riffing studiato al millesimo e dalle vocals di Mike che, nei momenti di pi� intensa possessione, sembra tirar fuori la cattiveria di Dave Vincent ai tempi di "Domination". Un frontman capace di interagire attivamente con il pubblico, in grado di scherzare assieme a lui, di incupirsi e rattristirsi assieme a lui. Una simbiosi che pochi riescono ad ottenere concretamente. Quello che fa la differenza tra un semplice esecutore e un musicista.

The Exploited
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Sabato 20 Agosto 2005

Barcode
Quello che mi ha colpito positivamente del Summer Breeze, è stata la sua apertura verso stili fino a non molto tempo fa relegati ad una realtà decisamente distante dal metal, inseriti in una cornice metropolitana di valori non comuni all'intransigenza della mentalità del metallaro medio. Un esempio lampante i danesi Barcode: a Wacken, un gruppo di purissimo Old School Hardcore, � davvero difficile vederlo. Credo che i Barcode siano stati uno dei migliori risvegli sonori della mia vita: vedere sul Main Stage la genuinità di un genere che, purtroppo, ho imparato a capire e ad apprezzare troppo tardi, è stato davvero inusuale. Band in cui milita il singer dei conterranei HateSphere, i nostri hanno dato davvero il meglio di fronte a un pubblico ancora non troppo folto e al maltempo che non aiutava a sciogliere le membra ancora rattrappite dei presenti. A questo, però, hanno provveduto i Barcode, forti di un album spettacolare come "Showdown", un concentrato di violenza, attitudine e cuore. Alla fine del set, una cover: "Bracking the law" dei Judas Priest, quasi a voler mettere in comunicazione due mondi per troppo tempo rimasti distanti. Un plauso ad una band che ritengo non abbia lasciato sul quel palco solo il segno, ma anche il sangue.

Enthroned
Violento, blasfemo, irriverente old style black metal. Tutto questo e nulla di più è rappresentato dagli Enthroned, longeva formazione belga che, se nei suoi primi giorni di vita era stata in grado di destare un po' di curiosità e qualche buona recensione, da un po' di anni continua a passare un po' in sordina. Ma erano gli anni in cui etichette come la Osmose e le sue proposte la facevano parecchio da padrone presso le frange pi� estremiste del metallo nero, dettando subdolamente legge su cosa era valido sul mercato oppure no. Ora, però, le cose stanno ben diversamente, e un concerto di feroce black metal alle 12.45 non solo fatica a far la benchè minima paura, ma non riesce ad aggiungere molto ad una corrente che altri sanno esprimere molto meglio. Aldil� di queste congetture, la performance del combo belga risulta essere qualitativamente buona, una prestazione che nulla fa mancare rispetto a quelli che sono i canoni del genere. Dopo anni, ancora fatico a digerire il poco convincente e strozzato screaming del singer e bassista, forzatamente spinto al punto da risultare a tratti ridicolo, pi� che blasfemo e demoniaco. Non penso sia il caso di dire "c'è da lavorarci su": con gli anni di esperienza alle spalle, questi sono gli Enthroned nella loro forma definitiva o quasi. Prendere o lasciare.

Caliban
Tra i vari trend che hanno attraversato la musica estrema, devo ammettere che questo del metalcore è stato quello che si è fatto più gradire, almeno dal sottoscritto. E non solo, se teniamo conto della folla davvero numerosa che si massacra sotto il palco dei Caliban. Perchè, se nelle prove in studio le proposte sembrano non essere cos� originali se messe a confronto le band, c'è da dire che sotto il profilo strettamente live queste formazioni sanno come creare del sano disordine. Di quello che, ahimè, è difficile sentire in un mondo di contaminazioni in cui spesso non ci si preoccupa di proporre un show professionale e coinvolgente. Sulle sonorità del gruppo, ben poco da dire: sapete benissimo tutti quali sono gli ingredienti di questo genere, a maggior ragione per il fatto di aver spopolato. Inutile leggervi la ricetta, no? I Caliban rientrano nella cerchia di band che di fare intrattenimento si preoccupa eccome: il carisma del singer è davvero fuori dal comune, un'attitudine che non ha educazione nè forzature, un istinto naturale per la leadership, tanto da sembrare di essere l'unico membro della fomazione in una cornice di annichilimento sonoro. Il loro, però, è un ben cordinato lavoro di squadra, e la validità di tutti i Caliban consente al singer di incrementare quella carica naturale che trascina l'audience in ben due "wall of death". Pura goduria!

Tristania
Sembra quasi essere un antipasto all'esibizione dei Lacuna Coil, quella dei Tristania. Non penso sia stato un caso quello di avvicinare le performance di queste due band. Che dire di questo pilastro del genere? Onestamente sono in mio possesso solo i primi due lavori della band, quindi non sono in grado di dare un giudizio obiettivo riguardo alla maggior parte dei brani presentati in questa sede. Una cosa è sicura: i nordici venti di tristezza hanno soffiato ancora, per quanto mi riguarda, con l'unico estratto da "Widow's weeds". Per il resto, una band indubbiamente professionale, lungi però dal'avere quella genuina capacità comunicativa che li caratterizzava agli esordi. Ora come ora, una band che come tante bada più alla forma che al contenuto. Una forma comunque ben curata, che li rende ad ogni modo godibili e, per loro fortuna, non noiosi.

Lacuna Coil
Il mondo è piccolo: quella volta che vedi suonare dal vivo band che abiteranno a non più di venti minuti di distanza da casa tua, li vedi in Germania. E in entrambe le occasioni. Alle mie orecchie, la gallina dalle uova d'oro di casa Century Media ha fatto passi da gigante rispetto alla performance di Wacken 2001 alla quale ho assistito: beh, vorrei vedere chi di voi, dopo mesi e mesi di tour in US e Europa, non diventa una macchina da palco. Semplici, puliti, precisi e professionali: la fedeltà con la quale i nostri ripropongono il loro materiale discografico è davvero degna di nota, ma al loro livello non potrebbe essere altrimenti: un formazione che sbarca su Mtv, l'organizzazione a delinquere del music biz, DEVE riproporre i propri brani come se il pubblico stesse ascoltando il cd. Questo, però, sembra non essere assolutamente un ostacolo per loro. I "Gothfathers", come amano definirsi, oltre a parafrasare "Il Padrino", ne sfruttano la colonna sonora come intro. Bell'idea, quasi a voler comunicare che il miglior prodotto Italiano d'esportazione non è la Mafia, ma i Lacuna Coil. Sottile promozione. L'opener non poteva che essere "Swamp", singolo estratto dal fortunatissimo "Comalies", il quale metterà in evidenza, nel corso della performance, la sua pecca di essere davvero troppo semplice nel suo intento comunicativo, forse troppo studiato al fine di "puntare in alto". Per chi scrive, i brani di "Unleash Memories" risultano essere molto più sentiti e dinamici nella struttura, tant'è che una "Senzafine" è in grado di far godere anche un brutallaro come me. Ma quel brano ha il testo completamente in Italiano, e non vorrei fosse una questione di campanilismo, la mia. I nostri, comunque, sembrano aver intrapreso la strada della linea dura dopo l'episodio "Comalies", forse necessario per avere l'intero pubblico del Summer Breeze davanti al palco: il nuovo brano presentato in quest'occasione suona sin dall'attacco incredibilmente Nu, tanto da ricordare i Korn. La struttura della song, una bella song, lascia sperare che i meneghini comincino a pestare un po' di più, ed è forse quello che in due desiderano, band e fans, dopo qualche anno di materiale easy listening. A chiudere il cerchio non poteva che esserci "Heaven's a lie": l'arma più potente, giustamente, la conservi per il mostro finale, quel pubblico che si aspetta un congedo in grado di ripagare il supporto dato ad una band arrivata ben oltre le aspettative di qualsiasi nostro connazionale. Impeccabili, che vi piacciano oppure no.

Pain
Il comsumatore va mandato a casa tranquillo e soddisfatto. E a questo ci pensano i Pain. Se ne sono viste di tutti i colori qui al Summer Breeze, ma forse un po' di contaminazione realizzata con criterio e col cuore è la cosa migliore per chiudere in bellezza un evento di questa portata. Il buon vecchio Peter quest'anno lascia a casa gli Hypocrisy con i loro ufo crash ed ibridazioni umano-aliene degne della premiata ditta Mulder & Scully per portare on stage un po' di quel raffinato gusto dance che non fa che enfatizzare la sfaccettatura più tamarra di tutti i presenti. E credetemi, nessuno, ripeto, nessuno si è permesso di storcere il naso di fronte ad un'esibizione assolutamente impeccabile. Sarà che Mr. Abyss si è presentato on stage con due aiutanti davvero graziose a dare una mano alla sei e alla quattro corde, ma anche se non ci fossero state questo sarebbe ugualmente stato uno dei migliori concerti mai visti. Uno spettacolo di vita, di luci e di colori, accompagnato dalla coreografia di un pubblico che ballava incessantemente, ubriaco, nel fango: arrivati alla fine, mi sembra doveroso festeggiare. Un'immagine in contrasto con il monicker di una formazione che, tra hit da playlist del Transilvania Live e cover giunte dirompenti da un passato glorioso della musica, ha dato a tutti una lezione su cosa voglia dire "intrattenere". Addirittura il bis. Poi però tutti a nanna.
Ci rivediamo l'anno prossimo. Forse.

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